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26 Ottobre 2026Usa e Iran di nuovo sull’orlo dello scontro: evacuazioni nel Golfo, minacce ai diplomatici e l’atomica di Netanyahu alla vigilia del voto israeliano
Otto mesi dopo l’attacco del 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele colpirono l’Iran e aprirono una guerra su più fronti, il Medio Oriente torna a scivolare verso una nuova escalation. Donald Trump ha detto che potrebbe presto lanciare una seconda edizione dell’operazione Epic Fury, il nome dato all’offensiva di febbraio. Ha invitato Teheran ad accettare le richieste americane e ha dichiarato di non ritenere che un vero negoziato sia in corso. Secondo il New York Times, Washington e Gerusalemme stanno preparando nuovi raid da lanciare dopo il voto americano di metà mandato del 3 novembre.
I segnali concreti sono diversi. Il Dipartimento di Stato ha ordinato la partenza del personale non essenziale e dei familiari dall’Arabia Saudita, già bersaglio degli Houthi yemeniti. Sta inoltre riducendo la presenza nelle ambasciate in Giordania, Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati e Libano. A motivare la scelta c’è un rapporto dell’intelligence indirizzato al segretario di Stato Marco Rubio, datato 23 ottobre. Secondo il documento, l’Iran avrebbe intensificato i piani per colpire funzionari e diplomatici americani, in Medio Oriente e altrove. Due funzionari iraniani, tra cui un membro dei Pasdaran, hanno detto al giornale newyorkese che in caso di nuovo attacco quei bersagli sarebbero leciti. Il capo dell’esercito iraniano ha avvertito che le navi americane non rientreranno nel Golfo Persico. Teheran sostiene che l’ostacolo alla pace non sia la mediazione ma il rifiuto americano delle sue richieste. Il Qatar, che aveva già fatto da tramite nei colloqui indiretti di settembre, ha inviato una delegazione a Teheran. I canali diplomatici, dunque, non sono del tutto chiusi.
Su questo quadro si innesta la politica interna israeliana. Domani Israele va alle urne, e Benjamin Netanyahu ha pubblicato sul suo profilo un’immagine generata con l’intelligenza artificiale di una bomba atomica che esplode su Tel Aviv. L’ha accompagnata con il testo di uno scrittore secondo cui Israele avrebbe due anni, finché alla Casa Bianca c’è Trump, per chiudere la partita con l’Iran. L’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, suo principale sfidante, lo ha accusato di usare paura e allarmismo per salvare la propria vittoria elettorale. Gli alleati del premier rispondono che la minaccia nucleare iraniana è reale ed esistenziale, e che sarebbe irresponsabile tacerla. Nei giorni scorsi un’esercitazione dell’aviazione israeliana, con caccia e aerei rifornitori, aveva seguito una rotta compatibile con un attacco all’Iran prima di invertire la direzione. Secondo la stampa americana, alcuni funzionari a Washington hanno sospettato una provocazione per spingere Teheran a reagire.
Il risultato è un intreccio pericoloso tra tre calendari elettorali: il voto israeliano di martedì, il midterm americano della settimana successiva e la necessità di ciascun leader di mostrarsi forte davanti al proprio pubblico. In questo intreccio le decisioni militari rischiano di dipendere dalle convenienze politiche più che dalle valutazioni strategiche. Lo Stretto di Hormuz, i cavi sottomarini, le basi americane nel Golfo e milioni di civili restano sospesi a una scelta che, per ora, nessuno dichiara ma tutti preparano. L’Europa osserva da lontano, con poche carte da giocare, anche se le conseguenze energetiche e migratorie di una nuova guerra arriverebbero rapidamente fino a noi.





