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Venerdì mattina oltre quattrocento persone, in gran parte ragazzi, hanno attraversato il centro dal terminal di Pescaia fino a piazza del Duomo, nel giorno dello sciopero contro il riarmo e il carovita. Con loro c’erano gli studenti che nelle settimane scorse avevano occupato il Piccolomini, il Marconi e il Monna Agnese, insieme a docenti, ricercatori e lavoratori. Nel pomeriggio, nella sala d’onore del Palazzo Arcivescovile, il cardinale Lojudice e il rettore Montanari presentavano il libro dedicato al pensiero di Leone XIV, quello di una pace disarmata e disarmante. Fuori la protesta, dentro la riflessione: lo stesso tema, senza alcun ponte tra le due giornate.
“Per Siena” ritiene che il problema politico stia proprio in questa separazione. Che chi manifesta e chi ragiona usino linguaggi diversi è naturale; meno naturale è che nessuna istituzione cittadina abbia sentito il dovere di tenerli insieme. Montanari ha osservato che la guerra viene ormai considerata un mezzo possibile, persino ovvio. Lojudice ha chiesto scelte concrete. I ragazzi, con parole meno levigate, hanno detto qualcosa di molto simile: sono stanchi di un mondo che non è a misura di persona, di affitti sempre più alti, di servizi sempre più poveri, di una sanità che li costringe a rivolgersi al privato. Il loro discorso non riguarda soltanto gli equilibri internazionali, ma la possibilità concreta di restare qui, di studiare e di costruirsi una vita.
Un centro universitario che non riesce a offrire un alloggio ai propri studenti ha già smarrito una parte della propria serenità. Questa comunità ha fondato la sua identità sulla convivenza tra contrade, sull’arte di trasformare il conflitto in rito e appartenenza, e dovrebbe sapere meglio di altre che la concordia non coincide con l’assenza di tensioni: è un lavoro quotidiano per governarle. Per secoli lo ha svolto da sé. Oggi sembra averlo delegato al sindacato in strada, alla Chiesa nei suoi saloni, agli atenei nelle loro aule, mentre il Comune resta a guardare.
Durante il corteo un ricercatore ha indicato un altro nodo: la mancanza di unità, il settarismo che divide le sigle e disperde le energie. La diagnosi vale per il mondo sindacale, ma ancora di più per la politica senese, incapace da anni di creare uno spazio in cui le domande dei giovani trovino un interlocutore, e non soltanto qualcuno che conti i partecipanti.
La nostra proposta è semplice. L’amministrazione convochi un tavolo pubblico con le due università, l’Arcidiocesi, le scuole superiori, le rappresentanze studentesche e le organizzazioni sindacali, attorno a un tema preciso: la condizione giovanile in città. Casa, trasporti, costo della vita, sanità, lavoro qualificato dopo la laurea. Non un convegno, ma un impegno con scadenze e verifiche. Il patrimonio immobiliare pubblico e para-pubblico, troppo spesso inutilizzato, può diventare residenza studentesca a canone sostenibile: è una decisione che spetta al Comune e che non richiede di aspettare Roma o Bruxelles.
Disarmare significa anche togliere terreno alla rassegnazione. Se chi venerdì ha riempito piazza del Duomo troverà un’amministrazione capace di ascoltare e di rispondere con atti, quanto si è detto in Arcivescovado avrà avuto qui la sua prima traduzione concreta. Altrimenti resteranno una strada e una sala, con Siena nel mezzo a guardare altrove.
Per Siena





