
Dichiararsi uniti
3 Settembre 2026
Pierluigi Piccini
Il 10 settembre in sé è più un colpo di pistola dello starter che una decisione: l’assemblea Intesa ratifica l’aumento a servizio dell’OPAS, ma è un passaggio a esito scontato, in casa propria. Il fatto vero è cosa parte dopo quel voto, e su quale terreno si combatte davvero — che non è più l’assemblea, è la Consob.
La novità delle ultime ore è il ribaltamento della pressione. Fino a settimana scorsa sembrava Intesa sulla difensiva, costretta all’esposto contro le contromosse di Lovaglio; ora è la Commissione che ha girato a Ca’ de Sass una domanda scomoda ma rovesciata di prospettiva — cosa farebbe Intesa se il 29 ottobre l’assemblea del Monte approvasse le due OPS — e dalle risposte che filtrano Intesa capovolge il tavolo: la sua offerta procede senza interferenze, mentre le due OPS di Siena “non possono produrre alcun effetto” finché non c’è il via libera dei soci del 29 ottobre, e “non è da escludere” che siano proprio quelle a subire rallentamenti o sospensioni, viste le criticità autorizzative e gli esposti. A quelli di Intesa si sono nel frattempo aggiunti esposti di associazioni di consumatori (Assoutenti su tutte). La preda, insomma, prova a intestarsi il ruolo di chi rispetta le regole.
Il cuore giuridico resta l’interpretazione della passivity rule, ed è lì che si gioca tutto. L’esposto di Intesa — una trentina di pagine — contesta a MPS una lettura “estensiva”: aver annunciato le due offerte il 20 agosto e convocato l’assemblea autorizzativa solo il 29 ottobre, oltre due mesi dopo. La tesi di Ca’ de Sass è che l’ok dei soci dovrebbe precedere il lancio, non seguirlo. Se la Consob accogliesse questa lettura, potrebbe imporre a Siena di fermarsi o di rivedere tempi e struttura. E qui c’è un dato che gli osservatori sottolineano: è il primo vero banco di prova per la Commissione nella sua nuova composizione, presieduta da Guido Stazi. Quel che deciderà non pesa solo su questa partita, ma fisserà i limiti della norma per tutte le contese future.
Poi c’è l’asimmetria che a mio giudizio conta più di ogni cavillo: il tempo. L’OPAS di Intesa viaggia con oltre novanta giorni di vantaggio e un calendario pulito — voto del 10, semaforo BCE atteso a metà ottobre, documento d’offerta e adesioni sul mercato in novembre per tre-quattro settimane. La controffensiva di Lovaglio richiederebbe invece cinque mesi buoni e tre “sì” che non ha in tasca: Crédit Agricole su Banco BPM, Generali su Banca Generali, i due terzi della propria assemblea. Equita — che però è advisor di Intesa, e il giudizio va pesato di conseguenza — indica proprio esecuzione, consenso e tempo come i tre nodi; Moody’s ha parlato di incertezza di esecuzione significativa nel gestire in parallelo la digestione ancora aperta di Mediobanca e due operazioni straordinarie da 34 miliardi.
Sullo sfondo, due presenze che spostano gli equilibri senza essersi ancora mosse: il governo, che sul golden power dovrà pur pronunciarsi, e UniCredit, alla finestra. Finché Siena resta bersaglio contendibile, nessuno è escluso dal tavolo.
In sintesi: il 10 apre formalmente la fase Intesa, ma la vera partita è se e quando la Consob dirà qualcosa sulla passivity rule. Se tace o dà tempo a Siena, Lovaglio ha una speranza di rendere credibile l’alternativa prima che gli azionisti decidano se consegnare le azioni a Messina. Se interviene contro, la controffensiva si sgonfia e resta in campo una sola offerta — quella che ha sempre avuto il calendario dalla sua.





