
Il 10 settembre non decide niente. Decide la Consob
3 Settembre 2026
Di Pierluigi Piccini
La faglia interna del Pd di Siena viene raccontata con la grammatica delle correnti nazionali — schleiniani contro riformisti — ma è una lettura che ricalca il dibattito romano e sul territorio spiega poco. Sul piano dell’etichetta la regia è formalmente schleiniana: Bartalini viene da lì e ha vinto con l’ottantadue per cento, Salluce si è affermata al congresso comunale con percentuali bulgare. Se ci si ferma alle appartenenze correntizie, la componente ex-democristiana sembra marginale. Ma il piano che conta non è quello dell’etichetta: è quello del metodo di gestione. E il metodo — aggregazione pragmatica, occupazione del centro, assorbimento di notabili moderati, mediazione dall’alto più che identità dal basso — è la grammatica democristiana e popolare, che a Siena non è mai morta e si è limitata a cambiare tessera. In un partito nato dalla fusione mai armonizzata di due culture, è quasi fisiologico che a governare la macchina sia la parte storicamente più attrezzata a farlo: non quella della lotta e dell’identità, ma quella della gestione e degli accordi.
La distinzione va tenuta ferma perché è la stessa che a livello nazionale separa due figure della medesima famiglia. Il metodo di governo della macchina — le correnti, le alleanze, il campo largo inteso come operazione di potere — ha in Franceschini il suo regista: un popolare che sostiene la segretaria di sinistra e in cambio resta il tessitore degli equilibri, prova vivente che la componente democristiana non è più un’area ideologica ma un metodo che si mette al servizio della leadership del momento per continuare a comandare la macchina. L’altro polo è quello lettiano: il registro istituzionale e programmatico, il lessico della comunità e della cura, il popolarismo nella sua versione sociale più che di potere. Sono due righe diverse. Salluce parla la lingua lettiana — ascolto, comunità, l’associazionismo da cui proviene — mentre l’operazione che ci sta sotto è di grammatica franceschiniana: «alla Letta» si qualifica il linguaggio con cui il potere si presenta, «alla Franceschini» il modo in cui il potere si esercita.
Il punto più forte di questa lettura è l’assorbimento della diaspora moderata della destra, e qui la congiuntura la conferma. Il centrodestra senese sta perdendo pezzi dal fianco civico-moderato: Forza Italia è uscita dal Consiglio, Bondi e Falorni hanno costruito un gruppo civico autonomo, è entrata l’area Vannacci, dentro Fratelli d’Italia si moltiplicano fibrillazioni e defezioni. È la tensione tra l’anima civica della sindaca e il partito strutturato. Un fianco moderato che si sfalda produce esattamente ciò di cui una regia di metodo democristiano ha bisogno: notabili disponibili, singole figure folgorate dalla destra nei due mandati e ora deluse, che a due anni dall’appuntamento tornano a fiutare l’aria dell’alternanza. La mossa specificamente democristiana non è costruire il campo largo a sinistra — quello lo farebbe qualunque opposizione, ed è la facciata — ma pescare nel bacino dell’avversario, andare a prendere chi sta sul confine. Il documento unitario con Cinque Stelle, Verdi e Sinistra, socialisti e riformisti è la vetrina; l’operazione vera è laterale e silenziosa, verso il centro deluso.
Va detto con onestà dove finisce l’analisi e comincia l’ipotesi. Le condizioni della manovra sono documentate; i singoli travasi no. Le fonti pubbliche fotografano un fianco moderato in movimento e un Pd cittadino in modalità di aggregazione, ma non nominano gli esponenti dell’area Fabio che starebbero rientrando nell’orbita di Salluce. Quello è un sapere di attore locale, non un fatto verificabile dall’esterno: va trattato come un’ipotesi robusta ma ancora da riscontrare sui nomi. È la differenza tra un’analisi e una diceria, e conviene non perderla di vista, perché è proprio la cautela sui nomi a dare autorità al resto del ragionamento.
E il ragionamento, arrivato in fondo, si rovescia. Se l’ipotesi regge, non è affatto una buona notizia per il partito. L’assorbimento dei moderati costruisce una macchina numerica in vista del voto, ma al prezzo di aggravare la patologia di fondo: un partito che raccoglie consenso ovunque nella provincia e continua a perdere il capoluogo proprio perché non ha un progetto riconoscibile. Prendere i delusi dell’avversario a ridosso delle elezioni dà voti ma non dà identità, e sedimenta lealtà fragili. Soprattutto è una manovra che si conduce dall’alto, dall’apparato: riproduce, sotto il linguaggio dell’apertura, quella «gestione chiusa e affidata a pochi» che al congresso è stata denunciata come il male da superare.
La sintesi, allora, è che la frattura interna non passa tra schleiniani e riformisti, come vuole la vulgata congressuale, ma tra una retorica partecipativa a etichetta progressista e una prassi di potere a metodo democristiano e popolare. Le due cose convivono nello stesso partito e, per ora, nella stessa maggioranza. Il 2028 dirà quale delle due comanda davvero — e se la componente che gestisce la macchina sia in grado di vincere, o solo di amministrare l’attesa, in una città che per due volte quel metodo lo ha respinto.





