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di pierluigi piccini
L’allestimento, ad Abbadia San Salvatore, di una sede per gli Archivi Minerari Amiatini Riuniti è un fatto positivo, da riconoscere senza riserve: raccogliere sotto un unico tetto, con spazi idonei, la documentazione di un secolo di attività estrattiva serve l’intero territorio, e la conservazione unitaria delle carte in un solo luogo è scelta corretta. È lo stesso Statuto, all’articolo 3, a collocare ad Abbadia il Polo Tecnologico e Scientifico del Parco, con l’archivio storico minerario, la banca dati, il centro di documentazione e i laboratori. Che lì sorga questo presidio non è dunque in discussione: è previsto dai testi.
La questione è un’altra: come si definisce, si pianifica e si attua il Parco nel suo insieme. E qui contano gli atti che lo fondano — il decreto istitutivo del 28 febbraio 2002 e lo Statuto approvato con D.M. 24 novembre 2016 — che non esprimono opinioni ma mandati vincolanti, in attesa di essere eseguiti.
Il Parco è costituito, per l’Allegato A del decreto istitutivo, da ventisette tra siti e beni, con ventiquattro miniere censite, distribuiti tra Siena e Grosseto; l’articolo 2 ne àncora le finalità al recupero e alla valorizzazione di quei siti e di quei beni. Lo Statuto conferma: l’articolo 4 lega le competenze territoriali alle cartografie di quel decreto, l’articolo 1 costituisce l’ente come consorzio di due Province, due Unioni di Comuni e dodici Comuni sulle due province. Il Parco, per definizione, è una rete di luoghi diffusi, non un centro con appendici. La sua identità non può essere ricondotta a un singolo nodo, per quanto attrezzato, perché non è così che lo Statuto lo definisce.
Ne derivano tre osservazioni testuali. Primo: che lo Statuto collochi ad Abbadia il Polo Tecnologico e Scientifico (art. 3) non ne fa il baricentro dell’ente, perché lo stesso articolo gli affida la banca dati del patrimonio del Parco — dell’intero ente. È uno strumento a servizio della rete. Il carattere tecnico-scientifico è del resto una finalità dell’ente sull’intero territorio (art. 6, ricerca nei settori storico, archeologico, scientifico e tecnologico), e il Comitato Tecnico Scientifico è organo consultivo dell’intero Consorzio (artt. 9 e 18): ospitarne le sedute in un edificio non gli trasferisce ciò che appartiene all’ente. Secondo: la conservazione documentale è affidata (art. 6) a “strutture museali ed altre strutture quali biblioteche ed archivi”, al plurale; l’articolo 5 elenca il patrimonio per categorie plurali, fino alla memoria delle comunità del territorio. La sede di Abbadia è una di tali strutture, non il centro della memoria dell’ente. Terzo: la valorizzazione culturale e turistica riguarda i siti e i beni nel loro insieme (art. 6): per mandato è diffusa. I luoghi della memoria si raccontano nei luoghi.
Da qui ciò che resta da fare — non richiesta, ma attuazione di un obbligo già scritto. Va predisposto e approvato il Piano di indirizzo previsto dallo Statuto (art. 26), cardine della pianificazione del Parco, di cui il Masterplan 2023 è soltanto premessa propedeutica e che a oggi non risulta adottato: finché manca, il Parco è governato senza il suo atto fondamentale, e colmare la lacuna è esecuzione di una prescrizione statutaria. E il Piano deve riconoscere la rete dei ventisette siti come struttura portante, distinguendo le funzioni che i testi già distinguono: il deposito come conservazione, il Polo come strumento al servizio della rete, la valorizzazione come rete diffusa. Va data priorità, di conseguenza, all’attivazione dei siti oggi non fruibili: dei ventisette costituenti ne è visitabile una parte minima, e questo è lo squilibrio da colmare — non tra un comune e l’altro, ma tra ciò che il decreto ha stabilito e ciò che è stato attuato. La fedeltà all’atto istitutivo non si dimostra intitolando un edificio, ma rendendo leggibile un sito dopo l’altro, finché la rete scritta sulla carta diventi quella che il visitatore percorre.





