
Destinazione
24 Luglio 2026
Il vero punto non è il prezzo. È l’assicurazione.
24 Luglio 2026
C’è una frase, nella comunicazione che il sindaco di Siena ha reso al Consiglio comunale giovedì mattina, che vale più di tutto il resto e che nessuno ha raccolto. Alle richieste di garanzia poste alla delegazione di Intesa Sanpaolo il 24 giugno, dice Nicoletta Fabio, si è sentita rispondere che certe decisioni venivano assunte a livelli più alti rispetto all’interlocutore che aveva di fronte; e con quei livelli più alti, aggiunge, a oggi non ha avuto interlocuzioni. Il resto della vicenda, a ben vedere, discende da qui.
A Palazzo Pubblico si era presentata la Direzione regionale Toscana e Umbria dell’offerente: persone competenti, presumibilmente cortesi, e prive del potere di impegnare alcunché su ciò che a Siena interessa — gli sportelli, gli occupati, il credito alle imprese di un territorio, le funzioni direzionali, il nome. Lo hanno detto loro stessi, con onestà, e ne consegue che quell’incontro non era un negoziato e non poteva produrre garanzie: era una ricognizione. Chi ha salito le scale del Comune non aveva mandato, chi il mandato ce l’ha non è mai passato da Siena e a un mese di distanza continua a non passarci. È questo che i senesi dovrebbero capire prima di ogni altra cosa, perché descrive la posizione reale della città: non siamo dentro una trattativa in cui si possono strappare condizioni, siamo l’oggetto di un’operazione decisa altrove, a cui viene periodicamente offerto un interlocutore che ci ascolta. La differenza tra le due situazioni è la differenza tra avere voce e avere potere.
Che il metodo fosse questo lo si capisce da un particolare emerso soltanto giovedì, e passato quasi inosservato. Il 12 giugno, nell’incontro con il presidente della Regione e la presidente della Provincia, si decise — su proposta di Giani — di non fare menzione, nemmeno nel comunicato stampa, della costituzione di un tavolo istituzionale permanente, per lasciarsi maggiore spazio di manovra. Non è stato taciuto solo l’incontro con Intesa, dunque: era stata concordata in partenza la reticenza sull’esistenza stessa del luogo in cui il territorio avrebbe dovuto coordinarsi. La riservatezza non è stata la reazione a un imprevisto, è stata la scelta iniziale, e di tre soggetti insieme.
Da lì tutto procede con una sua triste coerenza. La mattina del 24 giugno l’incontro, il pomeriggio il Consiglio comunale straordinario che approva all’unanimità la mozione su Monte dei Paschi senza sapere; poi lo stesso silenzio mantenuto — il sindaco lo ha detto in aula — pur sapendo che la presidente Carletti avrebbe convocato l’assemblea dei sindaci e che la Regione avrebbe portato l’argomento in Consiglio regionale. Non un’omissione, quindi, ma una decisione presa tre volte verso tre assemblee diverse. E la giustificazione offerta è più istruttiva del silenzio: non ho voluto che il Consiglio fosse distratto dal compito che si era dato, cioè arrivare a una mozione unanime. Ma un’assemblea che delibera senza un’informazione rilevante posseduta da chi la presiede non raggiunge l’unanimità, la simula. L’unanimità vale quando è il punto d’arrivo di persone informate che scelgono di convergere; ottenuta sottraendo un pezzo del quadro diventa una fotografia, e le fotografie non hanno peso contrattuale. Un voto un po’ meno compatto, ma preso sapendo che l’offerente aveva mandato a Siena una controparte senza poteri, sarebbe stato uno strumento politico più forte, non più debole.
Vale la pena rileggere adesso la cronaca di quella seduta: ventisette consiglieri presenti, ventisette voti a favore, e a prendere la parola soltanto il presidente del Consiglio comunale e il sindaco. Giovedì è andata in modo analogo — la comunicazione è passata, e le repliche sono arrivate fuori dall’aula, per comunicato: il Partito Democratico a ricordare che il sostegno dei suoi consiglieri non è mai stato un mandato in bianco, il Movimento 5 Stelle a chiedere le dimissioni. Il luogo dove si sarebbe dovuto discutere è stato attraversato due volte senza discussione, ed è un dato che riguarda l’assemblea intera, non chi la presiede.
Sulle iniziative assunte, invece, va detto ciò che è giusto, e correggendo qualche ricostruzione giornalistica di queste ore. Il sindaco ha presentato istanza all’Antitrust sugli effetti delle offerte nei mercati creditizi provinciali e regionali, ha scritto alla Consob a tutela degli azionisti, e ha chiesto al Ministero di valutare la ricorrenza dei presupposti per l’esercizio dei poteri speciali di cui al decreto legge 21 del 2012, con specifico riferimento alle ricadute strategiche sulla gestione e la detenzione del debito pubblico. Lo sottolineo perché in giro si è letto altro: la base giuridica invocata è quella corretta, non un generico richiamo costituzionale, e l’aggancio scelto — i titoli di Stato in portafoglio — è il più solido disponibile, lo stesso terreno su cui il governo si è mosso nella vicenda UniCredit–Banco BPM. È bene ricordarlo anche a chi in queste settimane liquida il golden power come un feticcio: il credito è nel perimetro dei poteri speciali dal 2020, e in quel caso lo strumento è stato esercitato con prescrizioni pur trattandosi di due soggetti italiani. Non serve un acquirente straniero perché sia azionabile.
Il limite è semmai un altro, e di sostanza. Chiedere di valutare se i presupposti ricorrano significa consegnare al Ministero l’onere di istruire, in un momento in cui il governo ha dichiarato la propria neutralità sul risiko bancario; e la stessa vicenda UniCredit insegna la seconda metà della lezione, perché quando il giudice amministrativo ha esaminato quelle prescrizioni ha fatto cadere le più generiche e ha lasciato in piedi quelle ancorate a un interesse strategico documentato. Il golden power non regge sui principi, regge sui numeri.
Intanto, e quasi senza che se ne parli, nelle stesse ore si è riferito di una riorganizzazione delle competenze in Rocca Salimbeni che ridurrebbe le funzioni del direttore finanziario, sottraendogli in particolare la responsabilità della contabilità. Se la ricostruzione è fondata, dice sull’assetto reale della banca in questa fase più di tutta la cronologia degli incontri: avviene dentro l’azienda, tocca una funzione delicatissima proprio mentre si discute di integrazione, e non passa da nessuna assemblea elettiva.
Resta la domanda che in aula nessuno ha posto, e che è la sola che conti. Un fronte unitario non lo si smonta contestandolo: lo si frequenta a pezzi. Ogni interlocutore riceve la sua rassicurazione generica, nessuno sa che cosa sia stato detto agli altri, e alla fine l’unità esiste soltanto nei comunicati — o, come in questo caso, nemmeno lì, perché si era deciso di non nominarla. L’unico anticorpo è una regola semplice: chi siede a un tavolo unitario riferisce agli altri ciò che apprende, sempre, anche quando è poco, anche quando è imbarazzante, e soprattutto prima che gli altri votino. I senesi, in questa storia, non hanno bisogno di essere rassicurati. Hanno bisogno di sapere dove sta il potere, e di essere informati prima, non dopo.





