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27 Aprile 2026Il terzo bambino e il problema dell’accoglienza. Note critiche su una scultura e su come si parla d’arte
di Pierluigi Piccini
C’è un video che circola, in cui Alberto Inglesi spiega la sua lupa posta nella rotonda di Fontebecci, all’uscita di Siena verso Monteriggioni. L’artista parla con la franchezza di chi ha lavorato a lungo su un’idea e sente il bisogno di difenderla dai malintesi. I commenti, dice, l’hanno accusata di essere una copia della lupa capitolina. Lui risponde che non è né l’una né l’altra: è l’accoglienza. C’è un terzo bambino, oltre ai gemelli Senio e Aschio, e quel terzo bambino è tutti — il bianco, il nero, la donna, l’uomo, il bambino. È tutto il mondo.
È una spiegazione generosa. Forse troppo.
Va detto subito con chiarezza: questa non è una critica politica. Non riguarda l’amministrazione che ha scelto o accettato l’opera, né i partiti che ne hanno fatto pretesto di polemica. Riguarda l’opera. Solo l’opera. La strumentalizzazione politica denunciata da Inglesi è reale e va respinta — ma respingerla non significa che l’opera sia al riparo da ogni altro giudizio. Anzi.
Il problema non è l’intenzione, che si può anche condividere. Il problema è che la dichiarazione d’intenti non è un’opera d’arte, e che l’opera d’arte deve fare da sola quello che l’artista vorrebbe che facesse. Ma c’è qualcosa di più fondamentale ancora: una volta installata nello spazio pubblico, un’opera non appartiene più al suo autore. Non nel senso giuridico, ma in quello ermeneutico. L’artista non ha l’ultima parola sul significato — ce l’hanno i passanti, i cittadini, chiunque la incontri senza aver letto il comunicato stampa. L’intenzione dichiarata è un dato biografico, non un vincolo interpretativo. E questa è precisamente la ragione per cui il video esplicativo e il comunicato successivo sono un sintomo del problema, non una soluzione: dimostrano che l’opera ha bisogno di una tutela che le opere forti non richiedono.
La lupa è un’icona pesante. Forse una delle più pesanti dell’immaginario italiano, carica di fondazione, di violenza mitica, di contesa politica tra Roma e le città che da Roma vogliono distinguersi o a Roma vogliono ricondursi. Siena ha la sua lupa, con Aschio e Senio al posto di Romolo e Remo, e quella variante locale è essa stessa un gesto di rivendicazione identitaria sedimentato in secoli di uso civico e rituale. Aggiungere un terzo bambino a questa struttura iconografica non la neutralizza: la interroga, la destabilizza, le chiede qualcosa. Ma l’interrogazione deve essere visibile nell’opera, deve emergere dalla forma, non essere spiegata a voce.
Il terzo bambino, per quanto l’artista lo voglia universale, non riesce a sciogliere il nodo simbolico che lo precede. Arriva dopo, come appendice. E un’appendice, per quanto nobile nelle intenzioni, non trasforma retroattivamente la struttura a cui si appende. La lupa rimane lupa — con tutto il suo portato — e il bambino aggiunto galleggia in quella storia senza esserne davvero parte.
Eppure c’è un momento, nel comunicato scritto che Inglesi ha affidato alla stampa dopo le polemiche, in cui il programma iconografico rivela una profondità che il video non sapeva trasmettere. L’artista cita l’affresco del Vecchietta nel Pellegrinaio del Santa Maria della Scala — quella sala dove per secoli i pellegrini della via Francigena venivano accolti, curati, nutriti, e i trovatelli educati e avviati alla vita. L’affresco mostra tre bambini nudi che salgono una scala a pioli verso la Madonna in gloria, ciascuno in una postura diversa — il primo ancora in basso, il secondo a metà, il terzo quasi giunto alla Vergine — mentre sotto una folla di figure assiste alla scena aprendosi sulla navata del Duomo dipinta in prospettiva. È un’immagine di straordinaria potenza: il movimento verso l’alto come gesto di accoglienza, di salvezza, di ascesa verso qualcosa di sacro e collettivo.
Il riferimento non è vago. È preciso, colto, radicato nella storia più profonda di Siena. Il Pellegrinaio non è una sala qualsiasi: è il luogo fisico dove l’accoglienza senese si è fatta istituzione, dove la cura dell’altro è diventata affresco, dove pellegrini venuti da tutta Europa trovavano riparo prima di attraversare Camollia ed entrare in città. Inglesi conosce quella tradizione e la ama. Il suo terzo bambino che sale con una scala verso i gemelli senesi discende direttamente da quei tre bambini del Vecchietta — è una genealogia autentica, non una citazione di maniera.
Il problema è che questa genealogia non riesce a passare dall’intenzione all’opera, e tantomeno dalla mente dell’artista all’orecchio di chi ascolta. Nel video, il riferimento viene pronunciato in modo così scivoloso — “la vecchietta della Madonna della Scala” — che chi ascolta non capisce se si tratti di un artista quattrocentesco o di una donna anziana. Un riferimento così ricco, detto così, si perde completamente.
Ma il nodo più profondo è un altro, ed è insieme topografico e formale. Chi è il pubblico reale di questa scultura? Non i visitatori del Santa Maria della Scala, non i lettori dei comunicati stampa, non i critici d’arte. Sono gli automobilisti che percorrono la rotonda di Fontebecci. Persone che vedono l’opera per tre, quattro secondi, a cinquanta chilometri orari, dal finestrino di una macchina. E già qui la complessità iconografica crolla: il terzo bambino, la scala, il Vecchietta, il Pellegrinaio, la Francigena scompaiono. Rimane una lupa con qualcosa di strano che non si capisce bene, e il giudizio immediato — “è la capitolina”, “è la senese fatta male” — diventa l’unica risposta possibile. Non perché il pubblico sia ignorante, ma perché l’opera non ha il tempo di raccontarsi.
A questo si aggiunge un problema che è proprio della forma rotonda, e che nessun comunicato stampa può risolvere. Una rotonda non ha fronte, non ha retro, non ha direzione privilegiata. Chi arriva da Monteriggioni vede la lupa da un lato, chi arriva da Siena la vede dall’altro, chi svolta verso l’Aurelia la vede di schiena. Non esiste un punto di vista canonico, un “davanti” dell’opera, un asse lungo cui il significato si organizzi e si offra allo sguardo. E un’opera sull’accoglienza che non ha un davanti — che non guarda nessuno in faccia, che non stabilisce la direzione del gesto — è già strutturalmente contraddittoria, prima ancora di discutere il contesto storico e simbolico.
C’è poi un ultimo dettaglio, il più crudele di tutti. La colomba, che Inglesi pone in cima alla scultura come simbolo di pace — l’elemento che dovrebbe coronare e completare il senso dell’intera opera — è l’unica parte che gli automobilisti non vedono quasi mai. Sta in alto, si legge dall’alto, appartiene a uno sguardo verticale che la rotonda non consente. L’elemento iconografico destinato a sigillare il messaggio è quello più invisibile nel contesto in cui l’opera vive. È come scrivere la parola più importante di un testo nell’angolo più buio della pagina.
Tutto questo non toglie nulla alla serietà delle intenzioni di Inglesi, né alla solidità della sua genealogia iconografica. Il riferimento al Pellegrinaio rivela un artista che conosce la propria città in profondità, che ha cercato una tradizione nobile e l’ha trovata nel posto giusto — in quella sala quattrocentesca dove l’accoglienza senese si è fatta forma e colore per la prima volta. Il titolo scelto, Cor Magis Tibi Sena Pandit, è bellissimo e preciso, e rimanda all’iscrizione di Porta Camollia con piena consapevolezza del peso che porta.
Ma conoscere la tradizione non basta. Bisogna anche scegliere il luogo che la renda visibile, che conceda il tempo di leggerla, che abbia la forma giusta per ospitarla. Il Pellegrinaio aveva una soglia. Camollia ha una soglia. La soglia è orientata, direzionale, asimmetrica — chi arriva e chi accoglie si guardano in faccia, lungo un asse preciso. La rotonda non ha soglia. Non ha sosta. Non ha faccia. Non dà il tempo minimo necessario perché un’opera complessa possa essere ricevuta da chi la incontra.
L’arte pubblica ha obblighi che la buona fede da sola non assolve. Deve reggere al silenzio, senza comunicati. Deve parlare da sola, o tacere. E deve stare dove il suo discorso abbia senso: in un luogo che abbia una soglia, un davanti, un tempo — o almeno la forma minima di un’attenzione possibile.





