
Il vuoto della sinistra
10 Settembre 2026di pierluigi piccini
Il Consiglio comunale era dedicato alla difesa di Monte dei Paschi, e hanno parlato tutti: Comune, Provincia, Regione, Università, in un coro compatto rotto solo dalla stonatura di chi ha usato la platea per una battuta di parte. Ma un intervento si è staccato dagli altri: quello di Gabriella Piccinni, consigliera comunale del Partito Democratico. È stato il più colto e il più mosso da un pensiero, e per questo è il punto da cui conviene partire: un ragionamento lo si misura dal suo momento più alto, ed è lì che si vede dove la sinistra arriva e dove si ferma.
Diceva cose quasi tutte giuste, e le diceva bene. Che la partita su MPS non è una contesa fra banche italiane ma una questione geopolitica, con giganteschi fondi internazionali dietro le insegne. Che il capitalismo finanziario domina sull’economia reale, separa il profitto dal lavoro, genera diseguaglianza, indebolisce la democrazia. Ha distinto — con una precisione che a sinistra non si sentiva da anni — il valore di scambio dal valore d’uso: per la finanza MPS è un insieme di pezzi da smontare e rivendere, per il territorio è un’istituzione viva, nata nel 1472, legata al credito di famiglie e imprese. Ha ricordato che il mercato non è una legge di natura ma una costruzione umana, e che perciò lo Stato può arginarlo. E ha chiuso con la frase che potrebbe fare da epigrafe a tutto: ereditare non è riprodurre passivamente il passato, l’eredità è un movimento in avanti di riconquista.
È qui che il suo ragionamento e il mio si separano. La consigliera arriva a sostenere che la politica ha ancora gli strumenti per dire no ai mercati, se c’è la volontà. È la posizione più avanzata a cui la sinistra di governo osi arrivare oggi. Ma è anche il confine oltre il quale non va: dire no non è ancora dire cosa, né per chi. I verbi che usa sono tutti difensivi — contenere, arginare, condizionare — e la leva che indica, la quota pubblica nel Ministero dell’Economia, la impugna come uno scudo: serve a impedire lo spezzatino, non a fare della banca qualcosa di diverso da ciò che è oggi. Il mio ragionamento comincia un metro più in là. Difendere l’eredità non basta: bisogna riconquistarla, e riconquistare significa dire cosa mettere al posto di chi possiede adesso. La sua quota pubblica è uno scudo; per me deve tornare a essere una leva. Prendo la consigliera in parola sulla sua frase più bella e le rivolgo la sola domanda che il suo discorso non pone: riconquista di che cosa, con quali mezzi, per chi?
Perché sotto quel discorso c’è un non detto. Invoca la mano pubblica mentre appartiene a un partito la cui segretaria ha dichiarato, in pubblico, che il mercato deve restare libero di compiere le proprie scelte. Non è un’incoerenza personale della consigliera, che anzi spinge il ragionamento più in là del suo partito: è la spia di una condizione. La sinistra sa ancora denunciare gli effetti del capitalismo finanziario, ma ha smesso di toccare il meccanismo che li produce. Chiede di arginare la finanza e concede che il mercato scelga da sé — e quando le due cose stanno insieme, comanda sempre la seconda. Si è messa a occuparsi di come si regola e non più di chi possiede.
Su questo slittamento ha pesato anche una ragione di storia culturale, e conviene dirla con la cautela che merita, perché è una considerazione di metodo, non un rilievo su nessuno. Il Partito Democratico nasce dall’incontro di due grandi tradizioni, quella che veniva dal socialismo e dal comunismo italiani e quella cattolico-democratica; e ogni tradizione porta con sé non solo dei valori, ma un modo di leggere i processi. La cultura di provenienza marxista guardava anzitutto ai rapporti di produzione: chi possiede, chi lavora, come si distribuisce il potere economico prima ancora della ricchezza. La cultura cattolico-democratica ha una sensibilità diversa e per molti versi preziosa — la persona, la solidarietà, la comunità, la mediazione, l’attenzione agli ultimi — e, pur avendo al proprio interno filoni di forte conflittualità sociale, tende a leggere le storture del capitalismo come questioni di giustizia e di correzione degli eccessi, più che come questione di proprietà e di conflitto sull’accumulazione. Nell’incontro delle due, la seconda chiave ha finito per prevalere sulla prima. Non è un difetto morale: è uno spostamento di lente. Ma spiega bene perché il vocabolario del partito si sia riempito di parole come tutela, coesione, diritti, e si sia svuotato della parola possesso. Si guarda dove porta la lente che si è scelta.
Così la questione sociale — chi accumula, con quali mezzi, a vantaggio di chi — è stata barattata con una fioritura di diritti sempre più personali: accedere, essere tutelati, scegliere, sapere. Diritti giusti, quasi sempre. Ma sono la buccia. Sotto, il nocciolo — la proprietà dei mezzi, il comando sul reinvestimento, la decisione su cosa diventa valore e per chi — è stato consegnato al mercato con una scrollata di spalle.
E il meccanismo lasciato libero non è una patologia da correggere: è la respirazione del capitale, che vive dilatandosi, dissolvendo ciò che gli sta fuori, convertendo in valore di scambio ogni valore d’uso che incontra. Lo si disse più di un secolo fa, e da sinistra: la riforma non è una strada più lenta verso la meta della trasformazione, è un’altra meta. Chi corregge gli effetti senza toccare il meccanismo non prepara un ordine diverso, stabilizza questo. La regolamentazione rinvia, non trasforma; e la riserva che credi di aver sottratto, prima o poi viene incassata.
Lo si vede su tre terreni che sembrano lontanissimi e sono lo stesso terreno. Il primo è la banca: la quota pubblica in MPS tenuta come difesa e mai come indirizzo, quando potrebbe diventare lo strumento attivo di un’accumulazione diversa, orientata all’economia reale invece che al valore del titolo in Borsa. Il secondo è la terra, e Montalcino ne è il limite: il Brunello non è più un vino, è un asset. Il valore dell’ettaro a denominazione, tra i più alti d’Europa, ha chiamato capitale esterno, gruppi del lusso, finanza patrimoniale che comprano non un podere ma un titolo. Il tessuto contadino — le piccole aziende, il sapere locale — viene assorbito e riassemblato in portafogli che di Montalcino non hanno bisogno se non come marchio. E la sinistra difende ancora la tutela: il disciplinare, il vincolo, il brand. Cioè regola, non possiede. Protegge l’etichetta e consegna la vigna. Difende il paesaggio come un quadro in un museo, mentre la comunità che quel paesaggio lo ha fatto diventa comparsa in casa propria.
Il terzo è l’algoritmo, dove la resa è più totale perché è la più recente. Che cos’è l’intelligenza artificiale se non l’ennesimo recinto attorno a un “fuori” che pareva incommerciabile? La materia prima è la lingua, i dati, l’attenzione, l’intelligenza collettiva depositata da generazioni in ogni testo e ogni immagine. La finanziarizzazione la prende gratis, la chiude dentro modelli proprietari, ne rivende l’accesso. I mezzi di produzione di questa fase — la potenza di calcolo, i modelli, i grandi giacimenti di dati — sono concentrati in una manciata di giganti che governano al posto della politica. E la sinistra mette in campo le regole, la trasparenza, il diritto a non essere discriminati dalla macchina, l’etica, la privacy: ancora diritti personali, giusti e insufficienti, perché non toccano la sola domanda che conta — di chi è la fabbrica. Far entrare il pubblico nell’intelligenza artificiale non significa regolare meglio, e non significa illudersi che lo Stato costruisca da sé un concorrente dei colossi. Significa tre cose che sono già alla portata. Usare la potenza di calcolo pubblica che l’Europa ha già finanziato, invece di lasciarla marginale. Smettere di regalare la materia prima: i dati pubblici — anagrafi, sanità, patrimonio culturale digitalizzato — non ceduti gratis, ma concessi dietro corrispettivo e condizioni. E usare la forza di committente dello Stato, che è il più grande acquirente di tecnologia del Paese: chi compra a quella scala detta le regole, se decide di farlo. Non un sogno: leve che esistono già e che nessuno impugna.
Marianna Madia è quasi l’apologo di tutto questo. La riforma che porta il suo nome ha impostato il rapporto fra Stato e tecnologia sotto l’insegna della cittadinanza digitale: identità unica, accesso ai servizi, trasparenza, semplificazione — il cittadino come utente titolare di diritti. Con la stessa mano, quella riforma riduceva le partecipazioni pubbliche e presentava l’efficienza della macchina come esca per gli investitori. L’intero movimento in una legge sola: si dà al singolo il diritto digitale personale e si dismette il possesso pubblico. Diritti che crescono, potere che si ritira. E la traiettoria personale chiude il cerchio: quella parlamentare ha da poco lasciato il Partito Democratico per il gruppo di Renzi, il motore dichiarato di quella stagione. Non un tradimento: una coerenza. È arrivata dove il ragionamento la portava.
Banca, terra, algoritmo: tre recinti, una sola abdicazione. Regolare è presidiare il confine, possedere è entrare nel processo. Non si tratta di rimpiangere una leva perduta, ma di costruirne una tagliata su questo tempo. E il primo passo è guardare in faccia una storia che crediamo di conoscere, e che dice il contrario di quello che la sinistra ama raccontarsi.
(continua)





