
Josef e Anni Albers, matrimonio Bauhaus
26 Aprile 2026
Eurythmics, Annie Lennox, Dave Stewart – Sweet Dreams (Are Made Of This)
26 Aprile 2026SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
NUOVO CINEMA MANCUSO
scelti da Mariarosa Mancuso
Un finale dopo l’altro
I film stanno bullizzando gli spettatori. Chiunque sia andato al cinema di recente ha avuto questa sensazione. A scriverne, nella sua newsletter ospitata dalla sezione Opinioni del New York Times, è Frank Bruni – anni fa, pare di ricordare una disputa con Mel Gibson, ora ambasciatore speciale a Hollywood, nomina di Donald Trump.
Frank Bruni si sente malmenato da film come “Project Hail Mary”, di Phil Lord e Christopher Miller – prima, avevano diretto “The Lego Movie” e firmato la sceneggiatura di “Spider-Man: Un nuovo universo”. Dura 156 minuti, Frank Bruni non era preparato. Scrive: “Sono stato nello spazio più degli astronauti di Artemis; mi sono divertito, ma poi speravo che finisse”. E invece no: “Quel che sembrava il finale conduceva a un altro finale, e poi a un altro ancora”. Invece delle false partenze, una serie di falsi arrivi.
Succedeva – opinione sua, qui non condivisa – anche in “Harry, ti presento Sally…”. Ma il film con Meg Ryan e Billy Crystal durava 95 minuti. E’ il cinema, non gli attori – scrive – ad aver bisogno dell’Ozempic. I titolatori italiani hanno aggiunto al titolo, forse per rassicurare, “L’ultima missione”. Ma gli spettatori, abituati alle serie e alle saghe, non paiono spaventati da queste lunghezze esagerate. Soffrono i critici, in vista delle maratone festivaliere. Non è solo la lunghezza, diciamo la verità. E’ l’incapacità di tagliare. Di non ripetere le cose tre volte. Di alludere senza dover sempre esplicitare ogni cosa.
E che dire di certi film come “Mission Impossible – Dead Reckoning”, titolo che pare definitivo e invece viene smezzato in “parte prima” e “parte seconda”? (è un complicato calcolo per la navigazione strumentale, calcola la posizione di una nave in base alla velocità e la distanza da un punto conosciuto – calcoli non precisissimi, ma non tali da raddoppiare la lunghezza di un film). Il primo “Mission: Impossible”, nel 1996, se la cavava in un’ora e 50.
E’ successo ai “Predatori dell’Arca perduta”. Dai 115 minuti nel 1983, a “Indiana Jones e la Meridiana del destino” che nel 2023 ne durava 154. Il primo Bond movie, nel 1962, durava 110 minuti; “No Time to Die” nel 2021 ne durava 163. “I peccatori” di Ryan Coogler toccava i 137 minuti, “Una battaglia dopo l’altra” ne durava 162, “Marty Supreme” 150 minuti.
Secondo una teoria, per convincere la gente a mollare il divano – e a considerare non esagerato il prezzo del biglietto, negli Stati Uniti ormai costa 30 dollari, popcorn esclusi – serve “tanta roba”. Altri sostengono che l’abitudine alle serie richiede spiegazioni ripetute, perché lo spettatore a casa si distrae, comincia una sera e finisce la sera dopo. Le serie, sostiene l’apocalittico Frank Bruni, avranno sul cinema l’effetto che gli asteroidi ebbero sui dinosauri. Estinti.
LE AQUILE DELLA REPUBBLICA
di Tarik Saleh, con Fares Fares, Lyna Khoudri, Amo Waked, Zineb Triki
Lo
studio cinematografico egiziano ha i muri dipinti,
paiono enormi manifesti. L’attore più famoso d’Egitto si muove disinvolto, potrebbe essere nel salotto di casa sua. Molto omaggiato, non fosse per l’uomo con i baffi che silenzioso lo osserva. Tarik Saleh, padre egiziano e madre svedese, a 17 anni aveva cominciato con i graffiti. Lo troviamo in Egitto per studiare arte, poi torna in Svezia e lavora per la televisione. Nel 2017 tocca al cinema: “Omicidio al Cairo” e poi “La cospirazione del Cairo”, che nel 2022 vinse il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes. Entrambi scritti da Tarik Saleh, il secondo girato in Turchia: il regista era ormai “persona non grata” in Egitto. L’attore in “Le aquile della repubblica”, così famoso che viene riconosciuto dalla farmacista quando si compra il viagra, riceve una proposta impossibile da rifiutare: il ruolo del presidente Abdel Fatah al-Sisi nel periodo precedente all’insediamento. Non importa se l’attore Fares Fares, libanese naturalizzato svedese è alto un metro e 86. Mentre al-Sisi arriva – dati ufficiali – al metro e 66. Non tentano neppure di dire “il cinema è finzione”, è così e basta. Intanto la censura picchia duro su un altro film: “Niente bacio in macchina”. L’uomo con i baffi continua a fare la spia, e intanto spiegano all’attore che al-Sisi dovrà avere i capelli, niente calvizie. La camera per gli amanti clandestini viene prenotata per “Mr Shakespeare”.
MICHAEL
di Antoine Fuqua, con Jaafar Jackson, Julian Valdi, Colman Domingo, Hayden Harville, Miles Teller
Ibiopic
possono essere meravigliosi come “Better Man” (con Robbie Williams, scimmiotto munito di occhiali scuri nel film diretto da Michael Gracey). Oppure poco riusciti come questo. Della numerosa famiglia Jackson manca la sorella più piccola Janet, al nipote Jaafar tocca il ruolo del celebre nonno, non sfigura quando canta e balla. Paris Jackson – la figlia di Michael – non ha voluto farsi coinvolgere: ha trovato la sceneggiatura disonesta. “Racconta un mondo fantastico, per nulla reale”, e ha chiesto di essere lasciata fuori. Le voci dicono che abbia però apprezzato le doti dello zio attore. Dopo due ore e passa di “Michael”, una scritta gela gli spettatori: “la storia continua…”. Certo che sì, ma fin qui abbiamo quasi solo la fatica per arrivare al successo lavorando fin da piccoli agli ordini del padre padrone esigente e burbero. Poi l’indipendenza.. “Fin qui tutto bene”, potremmo dire citando Matthew Kassowitz e il suo film “L’odio”, nella banlieue parigina (è la barzelletta con il tizio che precipita da un grattacielo, e fino a metà della caduta ripete “Fin qui tutto bene”). C’è il grande successo dei Jackson Five – Michael è il più piccolo e talentoso. Poi gli viene voglia di mettersi in proprio, ha avuto qualche offerta. Cominciamo a vedere calzini bianchi e la pelle del viso che si schiarisce, “vitiligine”, dicono. I capelli sono ancora crespi. Il padre – molto contrariato – fa di tutto per impedirglielo…
UN CANE A PROCESSO
di Laetitia Dosch con Laetitia Dosch, François Damiens, Jean-Pascal Zadi, Bouli Lanner
Al
cast si aggiunge Kodi. Il cane, appunto. Sceneggiatore onorario, il vecchio Claude Lévi-Strauss: raccontava che verso la fine de Medioevo – inteso come epoca storica, non come secoli bui della civiltà – gli animali venivano processati nei tribunali civili, anche in quelli ecclesiastici. Condannati a morte per aver devastato i raccolti, giudicati colpevoli se la vittima era umana – per esempio, un maiale infanticida, ebbe anche la sua carcerazione preventiva. Laetitia Dosch – conosciuta dieci anni fa come attrice grazie al bellissimo film di Léonore Serraille “Jeune femme”, titolo italiano “Femminile singolare” – mette sul banco degli imputati un cane di nome Cosmos. Un’avvocatessa delle cause perse coglie l’occasione per il processo della sua vita. Si chiama Avril, vive dalle parti di Losanna. Vuole impedire la soppressione del cane, se giudicato colpevole – è sospettato di aver morso due o tre donne, una al volto. Al banco degli imputati dovrebbe presentarsi solo il padrone, ma qui si porta dietro il cane – per carpire la simpatia degli spettatori, soprattutto. Le vittime del cane sono tutte donne, una è stata morsicata al volto. L’avvocatessa spiega che non era rabbia, neppure aggressività. Solo autodifesa da parte del cane, e l’umano di riferimento che in questi casi dovrebbe intervenire. Altro quesito giuridico: la Confederazione Elvetica non ha la pena di morte. Sarebbe giusto comminarla a un animale?
LA PIU’ PICCOLA
di Hafsia Herzi, con Nadia Melliti, Park Ji-Min, Amina Ben Mohamed
Nel
film “Cous-Cous” – l’ultimo diretto da Abdellatif Kechiche prima che si dedicasse a “Mektoub, My Love” parte prima e seconda, si teme la trilogia – Hafsia Herzi si faceva ricordare per notevolissima danza dl ventre. Aveva 20 anni allora. Ora che ne ha quasi quaranta debutta nella regia con “La più piccola”. Protagonista l’attrice Nadia Melliti, che da principiante assoluta ha vinto il premio per la migliore attrice l’anno scorso al Festival di Cannes. Nel film si chiama Fatima, gioca a calcio, vive con la famiglia di immigrati algerini nella cittadina periferica di “Clichy-sous-Bois”. Multietnico e particolarmente isolato, solo un autobus per arrivare a Parigi: da lì presero il via le rivolte del 2005. Fatima sta per iniziare l’università a Parigi, vuole restare legata alla fede musulmana ma intanto ha capito che le piacciono le donne. Quindi si consulta con l’imam – prima l’abbiamo vista in cucina a imparare come si preparano il cibi della tradizione. Finge il classico “Chiedo per un’amica”. L’imam va avanti senza cedimenti: “L’istinto delle donne è attrarre gli uomini”. Che si possa andare avanti con la propria vita senza il benestare di un imam non pare un’ipotesi praticabile (all’estero le comunità forestiere si compattano attorno ai cibi e agli insegnamenti tramandati dagli antenati, vale non soltanto per i musulmani). Fatima ha i suoi turbamenti, fa le prime esperienze, non vuole ribellarsi ma soltanto solo vivere.





