Una delle prime cose che fece Walter Gropius all’inizio del 1925, mentre stava organizzando il trasferimento della Bauhaus nella nuovissima sede centrale di Dessau, fu chiedere a Josef Albers di insegnarvi; per Anni e Josef quella promozione significava che avevano una base per poter chiedere ai genitori di lei il permesso di sposarsi. Anni era antitradizionalista sotto molti aspetti, ma il fatto che per convolare a giuste nozze fosse necessario avere l’approvazione di suo padre e di sua madre era una cosa che dava per scontata. Ora che il futuro marito aveva un lavoro retribuito, il prossimo passo era renderlo sufficientemente presentabile per incontrare i suoi.
Alla Bauhaus Josef sfoggiava, per le occasioni speciali, una giacca color cachi in velluto a coste, con una sciarpa di seta bianca che faceva capolino da sopra, infilata discretamente nel colletto alto e tondo. Ad Anni quella mise piaceva molto, ma era consapevole che l’effetto che produceva questo abbigliamento così poco convenzionale era che Josef, nei ristoranti, era regolarmente l’ultimo a essere servito. Era convinta che fosse perché conciato in quel modo sembra uno che aveva meno soldi degli altri uomini, che indossavano cravatte e completi col risvolto. L’abbigliamento bohémien di Josef non andava bene se doveva incontrare i futuri suoceri per chiedere la mano di Anni.
Tutto questo lo spiegò mezzo secolo dopo, con quella placida aria di superiorità che a volte saliva allo scoperto, anche se si descriveva come una persona «incerta e insicura». Era una delle sue storie preferite, la raccontava in continuazione. Con i suoi modi aristocratici, scodellava poi una serie di eventi collegati all’incontro con i suoi. Diceva di aver guadagnato un po’ di soldi facendo collane con delle perline e vendendole a Weimar, e che in questo modo aveva avuto denaro a sufficienza per portare Josef da un buon sarto e fargli confezionare un completo più convenzionale. Era un necessario preludio per la spedizione a Berlino per fargli conoscere i genitori: voleva che si sentissero «tranquilli di fronte al giovanotto di quella spericolata scuola d’arte».
Che Anni fosse del parere che Josef avesse bisogno di un completo e di un «bravo sarto» che glielo confezionasse sembra piuttosto verosimile. Meno plausibile è l’idea che glielo avesse finanziato interamente lei, assemblando e poi vendendo non si sa bene come file di perline. Ma è coerente con l’immagine che aveva di sé Anni, di una persona che doveva ingegnarsi per guadagnare soldi, come se altrimenti non avrebbe potuto permettersi di pagare quel completo.
I genitori di Anni non frequentavano molte persone al di sotto del loro livello di reddito e non si aspettavano davvero che Anni gli presentasse come futuro marito un cattolico spiantato di una sonnolenta cittadina della Ruhr industriale che aveva undici anni più di lei. La sua arte astratta sperimentale, realizzata con materiali di scarto, spingeva a dubitare che avrebbe mai potuto raggiungere una sicurezza finanziaria.
Tuttavia, la madre e il padre di Anni rimasero affascinati da Josef fin dal principio. La madre più tardi gli disse che se mai avesse avuto qualche problema serio con Anni la loro casa sarebbe sempre stata aperta per lui. «La nostra Anka ha un carattere difficile, non ci sarebbe da sorprendersi se avessi bisogno di un po’ di pace», ricordava ridendo Anni le parole della madre. Nonostante i suoi sentimenti ambivalenti verso lo stile di vita borghese della famiglia, non fu solo per senso del dovere filiale che a lei e a Josef, meno di quindici anni dopo, salvare la vita alla mamma e al papà di Anni apparve come la cosa più naturale del mondo. Si definiva come una ribelle, determinata a uscire dagli schemi, ma era profondamente affezionata alla sua famiglia.
La famiglia di Josef non fu altrettanto accogliente con Anni. La notizia che la cerimonia si sarebbe tenuta in una chiesa cattolica di Berlino non bastò a placare la furia di Lorenz Albers di fronte alla notizia che suo figlio avrebbe sposato un’ebrea. Per Josef, la soluzione fu semplice: non invitò il padre al matrimonio. Le uniche persone che presenziarono alle nozze, al di fuori dei due sposi, furono i genitori, la sorella e il cognato di Anni.
Dopo la cerimonia, i genitori di Anni organizzarono in casa loro una cena di festeggiamento. Consacrati com’erano all’estetica Bauhaus nella loro vita quotidiana, i novelli sposi, furono più che felici di andare nell’albergo più elegante di Berlino, il sontuoso Hotel Adlon. La giovane coppia di Weimar trascorse la notte di nozze in una delle 305 stanze della struttura.
Nonostante i suoi sentimenti ambivalenti nei riguardi della ricchezza e della posizione sociale della sua famiglia, Anni era ben contenta di potersi concedere, e concedere a Josef, un lusso del genere. Trafugò un cucchiaino d’argento dal servizio in camera, probabilmente il reato più grande che abbia mai commesso se non contiamo le mazzette versate alle guardie di frontiera messicane per aiutare i suoi genitori a scampare ai nazisti, quindici anni dopo.
Il suo monogramma era una semplice «A». Ora che anche il suo cognome, oltre al nome, cominciava con quella lettera, la coincidenza le sembrò così straordinaria da trovarla irresistibile. Con il matrimonio arrivò anche un nuovo nome: Anni era stata più che contenta di adottare il cognome di Josef, un ariano «Albers», e non passò molto (anche se sporadicamente tornava a usare «Annelise») prima che decidesse di semplificare pure il nome, abbreviandolo nello stile della parola «Bauhaus»: Anni era più succinto e staccato ed era, anche se basato sul nome familiare, inventato.
(Traduzione di Fabio Galimberti)







