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testo di Giacomo Montanari
Se si potesse riassumere un’intera esposizione con una sola parola, per la mostra “Van Dyck l’europeo” al Palazzo Ducale di Genova non potrebbe che scegliersi il termine “sguardi”. Sono, infatti, gli sguardi di uomini, donne, bambini ritratti da Antoon nella sua non lunghissima, ma assai prolifica, carriera ad accompagnare il visitatore per le sale. Ma sono anche gli sguardi di Van Dyck stesso sul metamorfico mondo del suo tempo, sulle tante città, corti, palazzi, vicende tragiche e festose che si trova a vivere, annotandone su carta e tela memorie più o meno evanescenti, quasi più genuine laddove meno artefatte dalla calma dello studio.
La mostra evidenzia con le opere un movimento, certificandone tappe e momenti, ritmi e diverse velocità in cui l’artista recupera con consapevolezza modelli, stimoli, sensibilità, capaci di introdursi felicemente in una maniera del tutto personale e autonoma, ma sempre in ascolto di tutto quello che la realtà gli offre. L’umanità di Van Dyck è tutta qui: nel saper guardare e nell’esprimere con morbida grazia e avvertibile sentimento l’intensità delle variabili vicende umane sottese ai tanti ritratti eseguiti nelle andate e i ritorni senza requie tra Anversa, Roma, Genova, Palermo, Napoli, Londra. Senza cedere alle rombanti e schiumose realizzazioni rubensiane, senza abbandonarsi alla brutalità feriale e senza compromessi di Caravaggio.
Emblematica – per me, natürlich – la fusione liquida dello sguardo del Cristo portacroce di Palazzo Rosso, dove la carne vitale del volto e della mano di Gesù emerge alchemicamente dall’imprimitura bruna, essenziale, della teletta, interrogando chi guarda con una intensità patetica d’eccezionale efficacia. Perché accanto al Van Dyck dei ritratti, delle armature scintillanti animate da feroci tocchi di biacca, delle stoffe opulente eppure diafane, sbuca quasi a sorpresa da questa esposizione proprio il Van Dyck sacro, sapiente mescitore d’affetti e natura in tutti i formati, dalla pala d’altare per la pubblica adorazione sino alla piccola tela da stanza per la devozione più privata.
Non si può – in questo caso – non partire dalla fine: avvinghiato su ogni lato dai meravigliosi affreschi di Giovanni Battista Carlone, realizzati tra il 1653 e il 1655, svetta al centro della cappella del Doge un dipinto tra i più clamorosi mai eseguiti dal pittore, unico – nel suo genere – per quel che riguarda il suo soggiorno ligure. Antoon, infatti, non eseguirà che una sola opera pubblica durante la sua permanenza a Genova e lo farà per una chiesa di fatto periferica – la chiesa di San Michele di Pagana – e per un personaggio non aristocratico: l’aromatario Francesco Orero. La pala è un esempio di stratosferica consapevolezza nel mescolare la dinamica emotiva dell’opera devozionale e l’eccezionale abilità ritrattistica. Un crocefisso affrontato in diagonale – che non può non richiamare la soluzione spettacolosa di Simon Vouet, una tela eseguita nel 1621 (solo sei anni prima) per l’altare Raggi al Gesù di Genova – intimamente avvicinato alla contemplazione del donatore, in ginocchio, circondato dai santi eponimi suo e del fratello Bernardo. La croce s’accorcia, il Golgota si svuota, fa posto a una dimensione intima di partecipazione autentica, di commozione e compassione – verrebbe da dire – secondo la retorica ignaziana
La mostra a Palazzo Ducale Genova è un grandioso itinerario attraverso l’opera dell’artista, padre del barocco europeo, e del suo occhio sul mondo e sull’uomo degli esercizi spirituali. E Francesco Orero la vive in eterno, quella contemplazione tutta mentale: gli occhi umidi e arrossati, l’incarnato terroso, lo sguardo diretto al volto del Cristo.
Un ritratto raffinatissimo in una composizione monumentale di carattere sacro: ancora un gradino sopra, per vibrazione emotiva, alla clamorosa tela della Madonna del Rosario, spedita a Palermo da Genova e, di fatto, tutta gran teatro. Un rapporto, quello con la Sicilia, che in mostra è richiamato dalle belle Santa Rosalia, iconografia costruita ex novo dal fiammingo ed eredità potente di lungo momento lasciata sull’isola. Ma Antoon si porta via dalla Sicilia molto più che committenze importanti e il terrore per il morbo della peste: lì certamente matura la fascinazione per le tele scabre dell’ultimo Caravaggio, lavorate a risparmio lasciando intuire l’imprimitura bruna. Un linguaggio vitale che l’artista recupera impreziosendolo, mutando l’asprezza in sprezzatura, determinando passaggi verso un naturalismo più epidermico che brutale: i corpi di Van Dyck più che respingere, avvicinano. Vogliono essere toccati.
La mostra affronta l’artista per temi, più che per periodi, e il tema del sacro raccoglie una serie consistente d’opere di grande livello ed è impossibile in poche righe ripercorrere le vicende anche solo di alcuni tra i ritratti presenti, veri e propri masterpieces che rendono la mostra imperdibile per chiunque abbia anche solo una minima curiosità per la pittura del Seicento. Proverò a citarne alcuni, senza pretesa d’essere esaustivo, ma vagando per “gusto” personale: certamente – tra quelli del periodo italiano – i tre bambini ( olim Balbi, poi De Franchi, oggi Giustiniani) della National Gallery di Lon-dra, che troneggiano anche sulla copertina del bel catalogo Allemandi; ma anche raffinati dipinti del momento inglese, come il ritratto di Lord John Belasyse, poi primo barone di Worlaby. Nel suo viaggio da Kinston Lacy a Genova questo ritratto testimonia l’evoluzione del linguaggio di Antoon: l’inesausto muoversi delle pennellate tormentate, nella visione ravvicinata dell’opera, si fonde in una visione d’insieme quasi lenticolare nella sfolgorante resa dei valori tattili delle sete, dei rasi, dei pizzi. E se si vuol emergere dal mondo del ritratto ed entrare nel gusto personale, la palma d’oro va senz’altro al meraviglioso dipinto che proviene dai Musei Civici di Vicenza, ma già in collezione Gonzaga a Mantova, che raffigura le Tre età dell’uomo. Un’opera eccezionale anche per il segno lasciato nella storia della pittura, perché sarebbe divenuto modello sia iconografico che stilistico per il monumentale capolavoro di Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto, di recente tornato proprio a Mantova grazie a un lungimirante acquisto del Ministero della Cultura. Per secoli la cosiddetta Allegoria grande è stata inspiegabilmente confusa con un dipinto che raffigurava la dinastia dei Gonzaga Nevers, ma è ineccepibilmente la versione personalissima, eversiva e potente del più grande tra i pittori della Genova barocca, che in Van Dyck – a partire dalla grafica – ha sempre avuto il proprio inderogabile punto di riferimento artistico. Perché, alla fine, ciò che la mostra mette bene in luce è il segno lasciato dal fiammingo nel tessuto culturale dei centri in cui si trovò a essere protagonista: un segno che si può riconoscere nelle eredità lasciate nel contesto pittorico e, per quanto riguarda i ritratti, fino a ispirare ancora, nella composizione e negli arredi di scena, i primi set fotografici ottocenteschi.
Al di là del numero dei dipinti, al di là delle celebrazioni quantitative o della distanza – più o meno ampia – di questa esposizione rispetto alle molte che, nel Nord Italia, hanno celebrato l’artista, va dato atto ad Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, curatrici della mostra, di aver realizzato un grandioso itinerario di lettura dell’artista, guardandolo per il tramite delle sue opere e dei suoi sguardi sul mondo. Un percorso affascinante e imperdibile, reso ancora più irripetibile dall’allestimento di eccezionale efficacia progettato da Giovanni Tortelli per l’Appartamento del Doge. Insomma: decisamente un appuntamento da non perdere, anche per sfruttare l’occasione di vedere Genova con occhi diversi. La Superba, infatti, è forse l’unica delle grandi città attraversate da Van Dyck che ha mantenuto la sua struttura, i suoi palazzi, parte delle sue raccolte artistiche così come le aveva viste il pittore fiammingo negli anni Venti del Seicento, permettendoci di immaginare di poterla ancora guardare non soltanto con i nostri, ma anche con i suoi occhi.
“Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra”, a cura di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen. Genova, Palazzo Ducale. Fino al 19 luglio. Catalogo Allemandi. Info: palazzoducale.genova.it





