
Gli sguardi di Van Dyck
10 Maggio 2026
SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
10 Maggio 2026Scrittori francesi La celebre madre dell’autore nell’album di famiglia degli emigré: il metodo compositivo sperimentato a partire dall’«Avversario», in cui la scrittura dell’Io è calamita per impreviste analogie narrative, viene portato all’estremo in «Kolchoz», edito da Adelphi. Carrère sarà al Salone del libro di Torino
L’explicit del capitolo introduttivo di Kolchoz (traduzione di Francesco Bergamasco, Adelphi, pp. 407, € 22,00) è un rebus per solutori esperti. Bisogna infatti conoscere Philip K. Dick e sapere che Emmanuel Carrère ne ha liberamente descritto la vicenda umana e letteraria in un libro risalente ormai a diversi anni fa – di fatto, agli inizi della sua carriera – per cogliere il senso di queste parole: «Allora, poiché loro sono morti, e fintanto che sono vivo, lo faccio io». La frase è un rimando al quadrato: evoca il titolo di quella biografia sui generis, Io sono vivo, voi siete morti, che è a sua volta una battuta chiave di Ubik, romanzo fondamentale dell’autore considerato da Carrère «una specie di Dostoevskij della nostra epoca».
In quel romanzo – che secondo un editore francese sarebbe non soltanto uno dei migliori libri di Dick e neppure uno dei migliori libri di fantascienza mai scritti, ma «uno dei cinque libri più importanti della storia umana» – Dick poneva l’entropia e la nostra mortalità (espressione umana definitiva del disordine cui sembra condannato l’intero universo) quale vera chiave del dilemma che costituisce il nucleo della sua opera: la realtà del reale, ciò che – per intenderci – ha ispirato film come Matrix.
È questo il motivo di fondo che agita e motiva il nuovo libro di Carrère, l’umore che impregna la sua storia familiare dai tratti ben poco comuni e che sembra concepita apposta per sfidare la consolante convinzione per cui le famiglie in fondo si somigliano tutte.
Forse uno dei tanti momenti in cui serpeggia il fantasma di Dick, senza che venga mai chiamato in causa in modo esplicito, è quando Carrère ne riporta una definizione del pensiero sovietico: «Dare alle cose un nome che è l’esatto opposto della realtà e far vivere le persone in un universo di menzogne senza limiti né punti di riferimento, dove regna l’inversione generalizzata». Definizione almeno in parte calzante per la stessa madre di Carrère, donna che detestava il ricorso al pronome «io» in letteratura e che probabilmente per questo deve aver guardato ai libri del figlio con scetticismo, se non rifiutandoli del tutto: successe con Un romanzo russo, dove alcuni panni sporchi – il collaborazionismo del nonno materno dello scrittore, un georgiano emigrato in Francia e ucciso in un regolamento di conti all’indomani della Liberazione – vengono lavati in pubblico.
Che il legame profondo di Carrère con la Russia sia l’altra faccia del suo rapporto con la madre non lo scopriamo oggi. Kolchoz è l’ultimo atto di una trilogia iniziata appunto con Un romanzo russo e poi proseguita con Limonov, ritratto di un personaggio dai tanti volti, tutti più che controversi come controversa è spesso la Russia nel suo complesso, a cominciare dai tanti cliché che spesso ne distorcono l’immagine, malgrado lo scrittore sia convinto che «i cliché sulla Russia siano sempre veri, e pure che un giudizio sulla Russia che non sia un cliché abbia molte probabilità di essere falso». Affermazione quest’ultima anch’essa dalle venature dickiane.
Vero e falso, però, non sono che l’increspatura del problema. Se appare innegabile il segno di un simile conflitto nel rapporto di Carrère con la madre – persona che il figlio vede come incapace di dire anche solo che ora è senza mentire, e che non transige sulle apparenze, tanto da sostenere che «un uomo ammodo non suda» – va nondimeno considerato come questo terzo atto della trilogia si consumi in una temperie completamente diversa dai precedenti. Diversa, in primo luogo, perché prende forma in assenza della madre, anzi proprio a partire dalla sua scomparsa.
Il libro comincia con il discorso di un uomo ammodo, capace di regolare la temperatura corporea e sfoggiare una camicia senza aloni di sudore in ogni ambiente e circostanza: il presidente Macron, che rende un omaggio nazionale nel cortile d’onore degli Invalides a Hélène Carrère d’Encausse (nata Zourabichvili), segretaria perpetua dell’Académie française e stimata storica dell’Unione Sovietica e della Russia. A dire il vero, e per più di un verso, il libro prende anche forma dalla scomparsa del padre dello scrittore, sopravvissuto cinque mesi alla perdita della moglie e strenuo cultore della genealogia familiare, che aveva ricostruito e raccolto in cinque faldoni, uno riguardante il suo ramo e gli altri quattro riservati a quello di Hélène; sproporzione dovuta non soltanto al fatto che si era interessato più a lei che a sé stesso, ma anche alla maggiore quantità di informazioni reperibili sulle famiglie aristocratiche.
Insieme al più classico dei rimpianti – non avere interrogato il padre se non tardivamente, perdendo così la vagheggiata occasione di un riavvicinamento – questi faldoni costituiscono la materia con cui modellare un racconto verticale, ovvero incentrato sui rapporti tra le generazioni, con la Russia e il nobile ramo materno della famiglia a fare, nel bene come nel male, da asse portante. Che l’impresa possa risultare insensata, finanche gratuita, è un aspetto che non viene affatto sottovalutato. Perché scriverne? A chi può importare? Chi potrà mai riconoscersi e perché mai dovrebbe farlo?
La perdita dei genitori, con cui Carrère è chiamato a confrontarsi nell’autunno della vita, è accompagnata infatti da un altro lutto, forse ancora più difficile da elaborare perché presagito più che manifesto: «il tracollo della nostra civiltà, se si è ottimisti e, se si è pessimisti, l’estinzione della nostra specie. Se è vero, se sta accadendo questo, che senso ha scrivere di altro?». Insomma, che senso ha un libro come Kolchoz? A sua discolpa Carrère precisa fin da subito che parlerà della sua «piccola famiglia» anche per soffermarsi sull’Ucraina e la feroce guerra che la Russia va conducendo in quel paese. In realtà, si spinge oltre. Quando le vicende della sua piccola famiglia non si intrecciano direttamente con la grande Storia, lo scrittore propone spesso parallelismi e relazioni ipotetiche. Il bisnonno avvocato a Tiflis potrebbe per esempio avere incrociato, pur senza conoscerlo, il nemico Stalin, all’epoca ancora un semplice teppistello georgiano noto col soprannome di Soso; oppure il nonno, nato nello stesso anno di Nabokov, esule come lui a Berlino.
Potremmo chiamarlo «metodo dell’Avversario», perché è in quel libro che Carrère ha eletto a sistema un modo di raccontare poi diventato il suo marchio di fabbrica. È possibile tuttavia rintracciarne passi anticipatori. La prima volta in cui la vita personale serve da lente per dare forma a un’esistenza altrui si manifesta forse proprio in Io sono vivo, voi siete morti, quando Carrère ricorda come da ragazzo avesse memorizzato le lettere della tavola optometrica prima di un controllo della vista, cogliendovi un’analogia con la precoce abilità di Dick nell’eludere i trabocchetti dei test psicologici. In quelle stesse pagine veniva descritto il rituale che il giovane Dick e sua madre officiavano ogni sera dopo essersi messi a letto: parlarsi da una stanza all’altra scambiandosi pareri su libri e medicinali. L’immagine sembra aleggiare in Kolchoz, finanche nel titolo che è il nome dato dalla madre di Carrère a un simile rito familiare. Più significativo ancora è un momento rievocato nel capitolo introduttivo e descritto anche in Un romanzo russo. Un momento di «felicità e pienezza senza eguali» risalente a tanti anni fa, in cui la madre era orgogliosa del suo bambino e anche lui, il piccolo Carrère, era orgoglioso di sé.
In fondo, la sensatezza di scrivere di sé e della propria madre in un tempo terminale come il nostro sta tutta qui: nel percepire la nostra presenza nel mondo come importante e unica, malgrado sia la stessa sensazione provata da chissà quanti altri miliardi di sconosciuti nel mondo: niente altro se non una evoluzione di quello che chiamiamo istinto di sopravvivenza, l’anticamera ancestrale della coscienza di sé. Il che fa di Kolchoz un libro gioioso, nonostante la luttuosa malinconia di cui è pervaso.





