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23 Maggio 2026Quattro mostre britanniche per un’estate che pensa
C’è qualcosa di significativo nel fatto che l’estate artistica britannica del 2026 sembri convergere, quasi senza accordo, intorno a una sola domanda: cosa rimane di un corpo quando la storia lo attraversa? Quattro mostre, quattro risposte diverse, una costellazione che vale la pena attraversare con attenzione.
Kira Freije — la cui retrospettiva si apre il 23 maggio a Modern Art Oxford per chiudersi il 16 agosto — costruisce figure umane cave, in metallo, svuotate dall’interno come gusci di ciò che siamo stati o che potremmo essere. La critica ha evocato le ombre di Berlino Dada, e l’accostamento non è peregrino: anche i dadaisti, in quella città martoriata tra la Grande Guerra e la Repubblica di Weimar, avvertivano che il corpo umano era diventato una macchina rotta, un manichino nelle mani della storia. Freije — candidata al Turner Prize — riprende quel lutto formale senza nostalgia, con la consapevolezza di chi sa che la scultura non raffigura il corpo, ma ne elabora l’assenza. I suoi vuoti non sono lacune: sono architetture del residuo.
Tutt’altro registro, ma analoga profondità, nell’operazione di Miriam Elia al JW3 di Londra (fino al 30 giugno), che sceglie un medium apparentemente leggero — la rivisitazione ironica dei celeberrimi Ladybird books — per affrontare la figura di Mosè nel mese della cultura ebraica. Elia è artista che conosce bene il potere sovversivo della forma pedagogica: i Ladybird erano strumenti di formazione dell’identità britannica del dopoguerra, con la loro grammatica del mondo rassicurante e ordinato. Appropriarsene per raccontare Mosè — il fuggiasco, il legislatore, il profeta senza patria — significa cortocircuitare il codice culturale della cittadinanza con quello dell’esilio. C’è più densità critica in questo gesto che in molta arte che si proclama politica.
Se Freije e Elia lavorano sul passato — uno formale, l’altro narrativo — Liam Young al Barbican (fino al 6 settembre) punta ostensibilmente verso il futuro. I suoi ambienti installati, percorribili fisicamente, costruiscono mondi fantascientifici ma lo-fi: futuri poveri, rattoppati, che non credono più nella redenzione tecnologica ma cercano ancora — testardamente — una speranza planetaria. È esattamente in questo paradosso che risiede l’interesse della sua proposta. Young non appartiene alla tradizione dell’afrofuturismo né a quella del solarpunk, ma li frequenta entrambi con l’occhio di chi viene dall’architettura speculativa e sa che immaginare il futuro è già un atto politico. I suoi mondi lo-fi ci dicono che la speranza non ha bisogno di essere brillante per essere reale.
Chiude la costellazione Zsuzsi Ujj, alla galleria Arcadia Missa di Londra dal 22 maggio al 18 luglio, con il suo primo show solistico nel Regno Unito. Figura di culto nell’Ungheria della dissidenza artistica e musicale underground, Ujj porta con sé una biografia di resistenza che il contesto londinese non deve appiattire in folklore dell’Est. La sua arte nasce in una stagione in cui fare arte sperimentale a Budapest significava scegliere: ci sono pratiche che costano qualcosa, e quella consapevolezza si deposita nei lavori come sedimento invisibile ma percepibile. Arcadia Missa — galleria che ha sempre avuto antenne sensibili verso le periferie creative europee — offre una cornice adeguata.
Quattro mostre, dunque, che non si sono accordate ma si parlano: il corpo come guscio, la memoria come parodia che rivela, il futuro come speranza povera, la dissidenza come forma di vita. Vale il viaggio — anche solo ideale — da una all’altra.





