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NUOVO CINEMA MANCUSO
Fa caldo, andate al cinema
Andate al cinema, lo consiglia anche il sindaco di Parigi. Investito – che altra parola usare? – dall’ondata di caldo che lassù picchia anche più che da noi. Quaranta gradi. Noi modestamente a Milano siamo a un bel 35, a fidarsi dei termometri (metro e chilogrammo son conservati a Parigi, ci sfugge nella calura dove sono i gradi campione).
I tre milioni di biglietti venduti tra il 17 e il 23 giugno, per circa 22 milioni di euro, mostrano una crescita del 50 per cento rispetto alla settimana prima, e del 54 per cento rispetto alla settimana corrispondente dell’anno scorso. Va aggiunto, per completare il quadro, che le scuole francesi sono chiuse per il troppo caldo. Con un clima normale proseguirebbero fino al 5 luglio.
Il sindaco di Parigi, date le circostanze, offre biglietti gratis agli spettatori sotto i 15 anni e sopra i 55. Per vedere, ad esempio, un film che era anche a Cannes. Uno dei pochi che quest’anno valesse la fatica di andare sulla Croisette, cercare di prenotare i posti, trovarli tutti già occupati anche con un accredito che non è il migliore di tutti – viene dato a chi va alle proiezioni ufficiali in abito di gala, e per le donne vorrebbero anche i tacchi – ma è comunque più che dignitoso per un quotidiano.
Non divaghiamo. Il film era “Teenage Sex and Death at Camp Miasma” – titolo italiano, per i boomer che sanno poco le lingue, proprio un poco che somiglia al niente – “Camp Miasma: Adolescenza sesso e morte”. La regista si chiama Jane Schoenbrun, categoria – per capirsi – “queer horror”. Queer è anche la regista, che va a cercare in una storia quasi classica come questa, molto anni 90, i risvolti di genere (sessuale, non cinematografico) meno “straight”. Le parole inglesi servono, non è che al posto di “straight” possiamo dire “ortodosso”. O peggio che mai “normale”.
E’ uno di quei film con gli adolescenti che vanno in campeggio, disturbano – o stuzzicano – il maniaco dei dintorni, questo ha la testa a forma di tv – e la vacanza finisce a schifo. L’attrice Hannah Einbinder di “Hacks” (serie che vi ostinate a non vedere, dopo ripetuti consigli) è una regista queer con un progetto. Vuole ritrovare l’attrice ragazzina che aveva la parte della “final girl”, la combattente. E ora vive reclusa vicino ai luoghi delle riprese.
L’attrice ex idolo dei teenager è Gillian Anderson, la Dana Scully che aveva fatto appassionare anche le ragazze a una serie “respingente” come “X Files”. I casi avevano risvolti misteriosi, e gli restavano. In “Teenage Sex and Death at Camp Miasma” è di strepitosa bravura, oltre che auto ironica sulla carriera precedente. Da noi uscirà a ferragosto, quando saranno cominciati i temporali. Se serve una garanzia colta – ne siamo sicuri – sappiate che è prodotto da Mubi.
GOOD LUCK, HAVE FUN, DON’T DIE
di Gore Verbinski, con Sam Rockwell, Haley Lu Richardson
Insegnanti
e professori, che non vi venga mai in mente di chiedere a studenti svogliati: “Qualcuno di voi ha mai letto un libro, state sempre a guardare lo schermo del telefono?”. Le risposte sono deprimenti, qualcuno “ho visto il film”, altri sfottono: “Sono roba per vecchi come lei”. Parla di Tolstoj e si sente chiedere: “E’ un libro YA”? Intende Young Adults, categoria editoriale che sta ai libri senza limiti di età come la bici con le rotelline. Non staccano mai gli occhi dallo schermo, ovvio. In questo film di Gore Verbinski, l’insegnante appena arrivato tocca uno degli schermi, come ipnotizzato, e compare una figura geometrica – un tetraedro. Su tutti i cellulari della classe, e gli studenti muovono verso di lui con intenzioni ostili. Assieme agli altri insegnanti scappa e si nasconde. Prima, in una tavola calda, abbiamo visto un pazzo fare irruzione con la barba lunga e un’impermeabile di plastica. Dice di avere addosso una bomba e vaneggia sulla fine del mondo – non è chiaro se già avvenuta, o dietro l’angolo. Recluta, minacciandoli, alcuni clienti. Tra cui appunto uno degli insegnanti che si sono salvati dall’orda con un disturbatore di frequenze fabbricato in casa. Poi c’è Susan, una madre che ha perso il figlio in una sparatoria scolastica. Le consigliano un clone, per superare il lutto – ma il ragazzo redivivo parla come la pubblicità dei cereali. Da qui in poi, può succedere di tutto. E con fracasso succede.
SUPERGIRL
di Craig Gillespie, con Milly Alcock, Matthias Schoenaerts, Eve Ridley, Jason Momoa
Diciamolo
subito: “Supergirl” non è un bel film. Del resto neanche il cugino “Superman” sta tanto bene, l’ultimo era il poco riuscito film con Lois Lane diretto da James Gunn. Primo titolo del cosiddetto “Capitolo Uno, Dei e Mostri” – che non è affatto un Capitolo Uno, cosa potrà mai andare male?). E’ andata un po’ meglio a “Super Woman”, neanche lì si vedono sviluppi interessanti. Spiace – tantissimo – Craig Gillespie, che aveva iniziato con “Lars e una ragazza tutta sua”: un solitario che si compra una bambola gonfiabile, se ne innamora, e la sposa. Poi ha girato “Tonya”, ovvero la pattinatrice che tentò di assassinare la rivale. Bellissimi entrambi. Se la cava peggio qui, con Supergirl sempre spettinata e di cattivo umore: è alcolizzata perché i cattivi le hanno sterminato la famiglia; (poi comincia a combattere e non ha mica tempo per le sciocchezze). Prima di partire per il viaggio lungo e periglioso che da Kripton la porterà sulla terra, rimorchia – per essere precisi, viene rimorchiata – da un’altra ragazzina sola al mondo, i cattivi le hanno sterminato la famiglia. La piccola è munita di una katana invincibile, ma con certi cattivi non si sa neppure dove tagliare tanto sono deformi e poliposi. Supergirl all’inizio non ne vuol sapere, in quel modo da cinema, così lo spettatore pensa subito “diventeranno grandi amiche”. Tutta colpa del cane di Supergirl: ha tre giorni di vita se non si trova l’antidoto.
KONTINENTAL ’25
di Radu Jude, con Eszter Tompa, Gabriel Spahiu, Adonis Tanta, Oona Mardare
Radu
Jude lo abbiamo sempre nel cuore, con i suoi colleghi rumeni. Per esempio Cristian Mungiu: lo scorso maggio a Cannes ha vinto la seconda Palma d’oro con “Fjord”, dieci anni dopo la prima – il film era “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”. Sarà la vita grama, saranno le storie da raccontare che non vengono da sole, bisogna essere bravi, “affamati e arrabbiati”, parola di Steve Jobs. Radu Jude è anche più “fool” dei colleghi. Ha sempre giocato con i generi e i formati, spesso in bianco e nero, per raccontare le vicende del suo paese. Con umorismo venato di bile, che spunta qua e là anche in questo ultimo film, “Kontinental ‘25”: titolo molto paragonato a “Europa ‘51” di Roberto Rossellini. Se il paragone vi stuzzica, potete subito smettere di leggere, non si potrebbero trovare nello spettro due registi più diversi. Hanno entrambi una data nel titolo, e allora? Non vi piacerà neppure il film, con citazioni raffinate come “Detour”. Un barbone raccoglie lattine e altro, nel Dino Park di una città transilvana. Le creature in animatronics ogni tanto si muovono e fanno il loro verso. Non ruggivano, i dinosauri. Erano più simili agli uccelli. Tornato nel tugurio, pare un locale caldaie, arriva la funzionaria per lo sfratto. Gli danno mezz’ora, quando tornano si è impiccato al termosifone. Se non credete sia possibile, nel film spiegano tutto. Sfondo geopolitico: Transilvania era ungherese, considera i rumeni buzzurri.
HEN – STORIA DI UNA GALLINA
di György Pálfi, con 7 galline nere che si alternano nel ruolo di Hen
Cominciamo
dall’uovo. Certo, serve una gallina per deporlo. E infatti lo vediamo, in primissimo piano (dalla gallina madre, solo un particolare). Dall’uovo esce un pulcino, assieme a tanti altri. Ma il nostro eroe – anzi la nostra eroina – è nera. Una mano l’afferra, l’uomo dice “il capo non la vorrà”. Il pulcino nero diventerà una gallina nera, dopo svariate peripezie e altre avventure incontrate nel piccolo mondo. Chi ricorda “Babe. Maialino coraggioso” – il maialino che sogna di fare il maiale da pastore, e ci riesce vincendo una gara – osserverà lo stesso modo di procedere. “La gallina non è intelligente / lo si capisce da come guarda la gente” cantavano Cochi e Renato. Non sarà intelligente, ma qualche freccia al suo arco ce l’ha, se in gioco è la sua vita in mezzo a tanti pericoli. Arrivata in una stazione di servizio, viene inseguita da una volpe. Poi finisce tra i banchi di un mercato, e infine a una manifestazione. Si rifugia in una scatola, che le servirà come nascondiglio ambulante. Finisce in un pollaio – sembrerebbero più tacchini – e le tacchine si coalizzano contro di lei. Ma il tacchino capo non si fa scoraggiare. E anzi, vorrebbe stringere il sodalizio. Intanto la nera fa uova dappertutto. In quel che ormai considera casa sua, arrivano trafficanti di ogni merce, anche di umani – siamo in qualche sperduto posto della Grecia. Poi arriva finalmente un gallo, e il regista fa partire una canzone d’amore.





