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NUOVO CINEMA MANCUSO
Il primo camp non si scorda mai
In attesa dei nuovi amori – speriamo nella mostra di Venezia, Cannes quest’anno non ha dato grandi soddisfazioni – coltiviamo le vecchie passioni. Per esempio il primo camp che non si scorda mai. Il nostro fu “The Rocky Horror Picture Show” con Tim Curry – un metro e 72, guêpière con giarrettiere e calze a rete. “Travestito transessuale della Transilvania” che turba i sonni di Janet – l’attrice Susan Sarandon, timida fanciulla da marito. La sua creatura da laboratorio seduce anche Brad, ragazzone che ha trascinato la promessa sposa nell’avventura tra i boschi.
Non avevamo letto le “Notes on Camp”, il saggio di Susan Sontag che spiega tutto. “Artificio, esagerazione, teatralità, stravaganza, predominio dello stile sul contenuto e dell’apparenza sulla realtà, l’orrendo che confina con il sublime”. E ancora: gusto per il gioco, per il travestimento, e per le mal riuscite imitazioni di modelli fuori portata. Con risultati che le persone di gusto trovano ridicoli, e la sensibilità camp apprezza e gode.
Il titolo chilometrico denuncia l’origine teatrale di un film in sintonia con lo “stile innaturale” caro a Oscar Wilde. La Natura, scrive, “mostra i suoi difetti di progettazione, è rozza, ha un senso di non finito rispetto all’arte”. Il contrario di quel che succede oggi: la Natura viene celebrata e l’artificio considerato un male – meglio il cuoricino che batte forte.
In principio era un musical, anno 1973. Una spassosa bizzarria con il dottor Frank-n-Furter, vampiro alieno e queer ben sistemato con la servitù in un castello da qualche parte degli Stati Uniti. Lì arrivano, bagnati fradici, i promessi sposini che hanno perduto la strada. E’ una parodia dei film dell’orrore, e anche – lo abbiamo sempre sperato – un antidoto all’età dell’Acquario attesa e celebrata, allora come oggi.
Cantante e musicista britannico a Los Angeles, le labbra con il rossetto nero e i riccioli, Tim Curry aveva recitato in “Hair”. Era stato il travestito della Transilvania in teatro, prima che nel film di Jim Sharman, e sempre in palcoscenico – posti seri londinesi come la Royal Shakespeare Company e il Royal National Theater – aveva recitato in “Amadeus” di Peter Schaffer. Passano gli anni, ma non l’amore per la cultura pop – non si vive di soli travestimenti scespiriani. All’inizio del Duemila va tre anni in tournée con il musical dei Monty Python “Spamalot” (incrocio tra Camelot e la molto sconsigliabile carne in scatola Spam).
In televisione era stato il clown assassino Pennywise, nella miniserie del 1990 tratta dal romanzo di Stephen King “It”. Molto ci sarebbe da ricordare, in un curriculum ricchissimo da vero attore, capace di cambiare faccia e generi. Scegliamo per omaggiarlo il ruolo di Gomez Addams, consorte di Morticia.
THE DOG STARS – LE STELLE DOPO LA FINE
di Ridley Scott, con Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley
Un
uomo e un cane, su un vecchio Cessna degli anni 50. Perlustrano un paesaggio post-apocalittico (se non fosse per le verdi foreste che si intravedono in lontananza – un po’ sono le prealpi bellunesi, e un po’ siamo dalle parti di Avezzano). Il pilota è Jacob Elordi, nel film si chiama Hig, sua moglie è morta, la pandemia ha quasi cancellato il mondo come lo conosciamo. I pochi sopravvissuti vivono nel terrore dei Mietitori, che uccidono e rubano tutto quel che trovano. Hig ha trovato rifugio in un hangar assieme all’ex marine Josh Brolin. Di poche parole, ma bravissimo a sparare. Una trasmissione radio dice che l’umanità non è del tutto scomparsa, si è solo rifugiata in un luogo sicuro. Siccome non si vive di sole visite a una famiglia di mormoni nei dintorni, Hig si mette in viaggio. Sfida i pericoli e le armi, la solitudine e la fievole speranza. Finché incontra gli occhi azzurri e le strepitose gambe di Margaret Qualley (figlia di Andie MacDowell, e clone giovane di Demi Moore in “The Substance” di Coralie Fargeat). La fanciulla sta sempre in jeans tagliati cortissimi, anche se il mondo post-apocalittico lo immaginiamo pieno di pericoli – o sono scomparsi anche i rovi, le zanzare, i serpenti? Il film è tratto da un romanzo di Peter Heller intitolato “The Dog Stars”, la morale della favola incombe su ogni inquadratura. Lo sceneggiatore Mark L. Smith di “Revenant” è già pratico di sopravvivenza estrema.
SHEEP IN THE BOX
di Hirokazu Kore-eda, con Haruka Ayase, Daigo Yamamoto, Kuwaki Rim Altra
variazione del regista giapponese sul tema della morte. Qui, sul dolore di chi resta e non si dà pace: una coppia ha perso il figlio di nome Kakeru. Lei è un’architetta, lui lavora per un’impresa edile. Vivono in una casa modernissima e chic, la stanza e i libri del bambino sono ancora lì. Scopre che un’azienda all’avanguardia promette robot umanoidi, in grado di replicare le fattezze e la voce degli scomparsi. Non resiste alla tentazione, subito ordina un clone di Kakeru. Perfetto nei connotati, ha parecchio da imparare in materia di attaccamento, ma mostra un precoce interesse per l’architettura e l’arte. Incrociando questo “Sheep in the Box” con un film meno recente del giapponese Hirokazu Kore-eda, classe 1962, diremo che è stato fabbricato mettendogli nella scatola cranica conoscenze altrui. Rovesciando la situazione di un film datato 1998 e intitolato “Afterlife”: i morti avevano diritto a un ricordo indelebile. Uno solo, da scegliere subito dopo – chiamiamolo così – il passaggio di stato (sicuro, c’erano anche gli indecisi: il primo bacio oppure la consorte di una vita?). Il clone di Kakeru arriva a casa in una scatola, sembra perfetto e ben educato. Ma il bambino ha le sue curiosità, e non tutti davanti a lui sono perfettamente a loro agio. Il padre, per esempio, mostra una certa ritrosia. Anche trascurando l’interruttore luminoso dietro la testa. E domanda del ragazzino troppo sveglio: “Posso chiamarti papà?”.
TONY – DIARIO DI UN GIOVANE CUOCO
di Matt Johnson, con Dominic Sessa, Antonio Banderas, Emilia Jones, Leo Woodall
Di
Anthony Bourdain conoscevamo il primo e molto pettegolo libro, “Kitchen Confidential”. Roba da non andare mai più al ristorante: la sporcizia regnava sovrana, i cuochi erano rissosi e autocompiaciuti – per non dire vanesi, ognuno convinto di essere il meglio, a dispetto della rigida gerarchia in cucina (imparata per sempre guardando “Ratatouille”). “Tony” racconta l’estate del 1970, la futura star della cucina raccontò in casa di aver vinto una borsa di studio per una scuola di scrittura residenziale. Era una convinzione – diciamo così – “personale”, non era vero niente. Finì senza un soldo nella cittadina balneare di Provincetown, Massachusetts – attorno vediamo i manifesti del film “Lo squalo”. Ci arrivò seguendo una ragazza che gli piaceva. Andò a fare il lavapiatti nel ristorante di Antonio Banderas, dove già lavora Leo Woodall, altro giovanotto sbandato. Tony viene svegliato ogni mattina con una secchiata d’acqua, come si conviene a chi è andato a letto ubriaco fradicio. Sappiamo purtroppo la brutta fine di Anthony Bourdain, morto suicida nel 2018 durante una crisi depressiva. Sappiamo come andrà a finire, e sembra saperlo anche il cuoco Banderas che gli racconta di Vatel, il cuoco di Luigi XIV, suicida perché il pesce comprato per il banchetto reale non era arrivato in tempo. Dominic Sessa è perfetto nel ruolo, già lo avevamo ammirato in “The Holdovers Lezioni di vita” di Alexander Payne.
CAMP MIASMA: ADOLESCENZA, SESSO E MORTE
di Jane Schoenbrun, con Hannah Einbinder, Gillian Anderson, Jack Haven
Il
sindaco di Parigi Emmanuel Grégoire – giovane e socialista – durante il grande caldo ha offerto biglietti gratis per andare a vedere questo film. Un horror femminista e queer che aveva aperto a Cannes la sezione Un Certain Regard – anche il festival sulla Croisette ogni tanto esce dal recinto della cinefilia, per vedere cosa succede di nuovo. Ancora ricordiamo polverose analisi sulla misoginia dell’horror: in “Camp Miasma” tutto viene rovesciato, le minoranze sessuali – lesbiche in questo caso – prendono il comando. Kris (l’attrice Hannah Einbinder di “Hacks”, gran bella serie non ancora popolare come merita) è una giovane regista che vuole ritrovare la “final girl”, la fanciulla che nei film dell’orrore sopravvive. La saga – tutta inventata – si intitolava “Camp Miasma”, protagonista Gillian Anderson – era Dana Scully in “X Files”. Ora vive ritirata, proprio accanto al lago dove la serie era ambientata. Dalle acque torbide, quando la sete di sangue comincia a farsi sentire, esce per le sue scorribande Little Death, ghiotto di giovani campeggiatori. Non è il classico mostro, o maniaco. Questo ha una tuta bianca, una lunga picca per i suoi omicidi, al posto della faccia una grata di quelle adoperate per l’areazione. Cinefilia – quella pop, non quella degli studiosi che dicono “nevvero”. Grande amore per il genere, altrettanta voglia di rovesciarne i luoghi comuni. Autoironia e una struggente storia d’amore.





