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26 Febbraio 2026La roccia su cui poggia il borgo
Piancastagnaio sorge su un pianoro di roccia lavica e vulcanica, testimonianza diretta dell’attività del Monte Amiata. Questo substrato — trachiti, ignimbriti e materiali piroclastici — è localmente noto come “scoglio”, e il cronista settecentesco lo descriveva così: “Il sito è tutto scoglioso, di figura rotonda, sebbene irregolare, circondato e racchiuso da mura castellane.” La durezza di questa roccia ha condizionato tutto: la forma del borgo, le fondazioni degli edifici, e la natura degli spazi scavati nel tempo sotto e dentro le case.
Le cantine storiche: il sottosuolo abitato
Il tratto più concreto e ancora vivo del sottosuolo del centro abitato sono le cantine, che costituiscono un sistema ipogeo diffuso sotto l’intero tessuto urbano medievale. Durante il Crastatone, la festa della castagna arrostita che si svolge ogni anno nella settimana dei Santi, vengono aperte le cantine e i banchetti lungo tutte le vie del paese. Questa apertura rituale è un segnale importante: il sottosuolo del borgo non è un residuo inerte, ma una struttura ancora funzionante, depositaria di pratiche di conservazione e di socialità profondamente radicate.
Nelle cantine medievali toscane di questo tipo — scavate in parte nella roccia, in parte costruite con volte a botte in pietra lavica — si conservavano castagne essiccate, vino, olio, salumi. Sono ambienti a temperatura costante, naturalmente termici grazie alla massa rocciosa circostante, con un microclima che l’attività geotermica profonda mantiene lievemente più stabile rispetto ad altre zone.
I cunicoli e la leggenda delle streghe
La tradizione popolare stessa testimonia l’esistenza di passaggi sotterranei nel tessuto del borgo. La leggenda narra che le streghe avessero scavato cunicoli per raggiungere la vasca nel giardino della villa Bourbon ai margini del paese senza farsi vedere. Dietro ogni leggenda c’è spesso una memoria reale — e in questo caso la realtà è letteralmente sotterranea.
Il Piatto delle Streghe, oggi una pietra di peperino levigata dal tempo lungo via del Mugnellino, era in origine la vasca principale di una delle numerose fontane del grande giardino che il Marchese Giovan Battista Bourbon del Monte fece costruire a partire dal 1605. Grazie a due manoscritti sopravvissuti — uno del Cancelliere Marcantonio Torelli (1622) e uno del sacerdote Luigi Donati (1868) — sappiamo che le “Delizie del Marchese” erano un sistema idraulico elaborato, con peschiere, mascheroni, giochi d’acqua e vasche in pietra distribuite lungo un viale che scendeva dal palazzo verso la valle. E soprattutto sappiamo che queste fontane erano alimentate dalla Fonte di Voltaia attraverso canali coperti che attraversavano il Campo Caciaio: cunicoli idrici reali, costruiti nel sottosuolo del borgo per convogliare l’acqua delle sorgenti.
Perché lì c’erano le sorgenti, abbondanti e costanti. La zona sottostante il palazzo verso ovest era — e lo è tuttora — caratterizzata da numerose sorgenti che rendevano lussureggiante la vegetazione. Tutto l’Amiata funziona così: la roccia trachitica porosa, localmente chiamata peperino, assorbe l’acqua piovana in quota e la restituisce lungo la fascia pedemontana dove sorgono i borghi, compresi quelli — come Piancastagnaio — costruiti esattamente sulla linea delle sorgenti. Alcune di queste acque, risalendo attraverso le fratture del sottosuolo geotermicamente attivo, erano probabilmente tiepide, percepibili nella notte invernale come vapore che emergeva dalla terra.
È in questo paesaggio — acqua che scorre invisibile nel sottosuolo, canali coperti che attraversano il paese, vapori che salgono nelle notti fredde presso la vasca di pietra — che si radica il mito delle streghe e dei loro cunicoli. Quando il palazzo fu abbandonato e i giardini caddero in rovina, i canali sotterranei persero il loro senso tecnico e diventarono materia di immaginazione collettiva. La vasca rimase sola nel bosco, l’acqua continuò a sgorgare senza spiegazione apparente, e la memoria popolare costruì attorno a tutto questo il racconto delle donne notturne che si muovevano sottoterra.
Ma c’è un livello più profondo ancora. Le “streghe” dell’Amiata erano, nella realtà storica, le donne che conoscevano quel sistema di acque e piante: chi raccoglieva erbe medicinali presso le sorgenti, chi sapeva dove il terreno era tiepido d’inverno, chi trasmetteva una conoscenza del sottosuolo che non passava per i canali del potere ecclesiastico o feudale. I cunicoli della leggenda sono la metafora di un sapere nascosto, di una familiarità con le viscere della terra che la cultura dominante non controllava e per questo temeva. Nella figura della strega che è anche madre — come racconta la variante pianese della leggenda, in cui nessuna delle streghe riesce alla fine a fare del male al bambino rapito — sopravvive il ricordo ambivalente di questa figura: pericolosa per chi non la capisce, ma radicata in una cura che non si lascia del tutto cancellare.
In questo senso i cunicoli sono reali a tre livelli sovrapposti: come infrastrutture idrauliche seicentesche documentate, come rete di passaggi difensivi e di servizio tipica dei borghi medievali murati, e come figura simbolica di una conoscenza che abita il basso, l’invisibile, il sotterraneo — tutto ciò che la superficie ufficiale del borgo non mostra.
La stratificazione storica
Alla fine del XII secolo a Piancastagnaio esisteva già una piccola cinta muraria che racchiudeva la parte più alta dell’attuale centro storico, e nel secolo seguente, con lo sviluppo economico e la nascita del Comune, l’abitato si estese molto oltre queste mura. Questo processo di espansione per strati sovrapposti — tipico dei borghi medievali collinari — implica quasi certamente un sottosuolo urbano stratificato, con fondamenta e vani seminterrati che coprono almeno otto-nove secoli di sedimentazione edilizia.
La Rocca Aldobrandesca, in particolare, con la sua pianta compatta e le possenti mura in pietra lavica, poggia su un promontorio roccioso la cui struttura interna non è mai stata indagata sistematicamente. Non è improbabile che celasse, come avveniva in quasi tutte le rocche medievali toscane, cisterne, magazzini sotterranei e passaggi difensivi.
Una lacuna da colmare
Va detto con onestà: il sottosuolo del centro abitato di Piancastagnaio non è mai stato oggetto di uno studio organico e pubblicato. A differenza di Orvieto, Siena o Montepulciano — borghi toscani vicini dotati di cataloghi delle cavità ipogee — Piancastagnaio non ha ancora la sua “città sotterranea” mappata e valorizzata. Questa è, paradossalmente, una ricchezza latente: il sottosuolo del borgo è probabilmente ancora intatto nella sua complessità, non ancora svuotato dalla speculazione edilizia né ancora esplorato in modo sistematico.
Potrebbe essere proprio questo uno dei progetti culturali più originali che Piancastagnaio potrebbe sviluppare: un censimento delle cavità ipogee del centro storico, capace di connettere la geologia vulcanica del territorio, la storia idraulica dei giardini Bourbon, la stratificazione medievale del borgo e la memoria viva delle cantine — restituendo al paese una consapevolezza del proprio sottosuolo come patrimonio materiale della memoria e come spazio narrativo di straordinaria densità.





