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1 Marzo 2026
“Vi presento i Frankenstein coppia Punk”
1 Marzo 2026L’appello di Ahmad, figlio del grande regista Abbas morto dieci anni fa, al quale il Bergamo Film Meeting dedica una retrospetti-va. «Sono contrario a ogni guerra, ma il popolo ha fatto tutto il possibile per sbarazzarsi di questo regime. Serve qualcosa, ma purtroppo non ho una risposta»
Iran
di cecilia bressanelli
«Il cinema di Abbas Kiarostami non era politico? Al contrario, lo era in modo profondo: non ti sbatteva le cose in faccia ma analizzava la società». Il 4 luglio saranno dieci anni dalla morte del maestro del cinema iraniano che in una poetica fusione tra finzione e documentario ha ritratto l’Iran e, con l’arrivo degli anni Novanta, l’ha mostrato al mondo rappresentando — parola di Martin Scorsese — «il livello più alto di artisticità nel cinema».
Collegato su Zoom con «la Lettura» c’è il figlio Ahmad Kiarostami, produttore e presidente della Kiarostami Foundation, che dal 7 al 15 marzo accompagnerà al Bergamo Film Meeting una retrospettiva di dodici film: da Dov’è la casa del mio amico? (1987) al postumo 24 Frames. Nel 2017, dopo la morte del regista a 76 anni nel 2016 per le complicazioni di un tumore gastrointestinale, fu Ahmad a concludere il film testamento («La cosa più difficile ed emozionante che abbia mai fatto») e a mostrarlo al Festival di Cannes: ventiquattro quadri ispirati da fotografie e dipinti che diventano meditazioni sul tempo, sulla natura, sullo sguardo.
Ahmad Kiarostami ha lasciato Teheran nel 2001. Parla da San Francisco, dove vive. «Mi torna in mente quello che Abbas disse nelle ultime settimane di vita, quando era molto debole e malato: “La parte più difficile è sapere che qualcun altro parlerà a mio nome”». Così il figlio lascia parlare i film. E i ricordi.
«Solo la prova del tempo permette di capire se un film è veramente buono, diceva Abbas. Devi aspettare un decennio o due per vedere se ancora sa coinvolgere. La maggior parte dei suoi film oggi risulta attuale. Perché parlano di esseri umani, di sentimenti universali, indipendentemente dalla situazione politica o geografica». E «non ci sono cattivi. Forse la persona peggiore è Hossein Sabzian», l’uomo accusato di truffa per essersi finto il regista Mohsen Makhmalbaf ritratto in Close Up (1990): «Ma finisci per amarlo. In quest’epoca polarizzata, dove tutto è bianco o nero, buono o cattivo, i film di Abbas ricordano che ci sono tante sfumature, e invitano a guardare il mondo dal punto di vista degli altri».
Una visione che continua a influenzare i registi di oggi. «Attraverso i film di Abbas vedi ciò che stava vivendo l’Iran». Avviene nella trilogia di Koker (villaggio nella regione di Gilan nel nord del Paese) aperta da Dov’è la casa del mio amico?, che segue un bambino determinato a restituire il quaderno preso per sbaglio a un compagno di scuola: «Un vecchio parla della migrazione verso la città dai villaggi, dove non vediamo giovani, solo bambini e anziani»; Close Up affronta «tematiche molteplici», come la disoccupazione; Dieci (2002) «la condizione femminile. Abbas non ha mai avuto risposte, poneva domande. L’arte per lui doveva fare proprio questo: sollevare domande e aiutare le persone a trovare le proprie risposte. Una filosofia che ha reso i suoi film estremamente politici».
Erano visti in Iran? «Nella prima parte della carriera ha lavorato per il Kanoon (l’istituto per lo sviluppo intellettuale dei bambini e dei giovani adulti, ndr): i suoi film per i bambini e sui bambini venivano mostrati, mentre molti film della fase successiva, anche se non ufficialmente vietati, non venivano proiettati nei grandi cinema. Ma in Iran dalla rivoluzione del 1979 (che portò alla teocrazia sciita imposta da Khomeini, ndr) c’è sempre stata una rete clandestina molto attiva per poter vedere i film occidentali, proibiti, o film come quelli di Abbas… Più tardi furono proiettati anche nei circuiti principali, ma con modifiche come avvenne per Copia conforme», film del 2010 con Juliette Binoche, il primo lungometraggio girato fuori dall’Iran, in Italia.
Per il decimo anniversario della morte del regista, la Kiarostami Foundation aveva pensato a una grande mostra a Teheran, «ma per la drammatica situazione, tutto è annullato». Ahmad non si sente titolato a parlare di quanto sta avvenendo in Iran: «Non vivo lì da 25 anni, e ogni volta che torno, l’ultima fu 9 anni fa, trovo un Paese diverso. Sono sconvolto da quanto è avvenuto tra l’8 e il 9 gennaio, il più grande massacro della storia iraniana recente», quando le Guardie della Rivoluzione hanno ucciso migliaia di manifestanti. «I fatti parlano da soli». Registi come Jafar Panahi, ora in Europa e Stati Uniti con il suo Un semplice incidente, condannato in absentia a un anno di carcere in Iran per «attività di propaganda» contro il Paese, hanno invitato a porre l’attenzione sugli iraniani uccisi e incarcerati dopo la brutale repressione.
«Il cinema, come l’arte in generale, può avere diverse funzioni», continua Ahmad Kiarostami: «Stimolare all’azione, suscitare emozioni, analizzare. Nel 2009 con le proteste dell’Onda verde mi sono reso conto che avevo molte opinioni sull’Iran pur non vivendoci da anni. Mi sono chiesto quale fosse il modo migliore per informarmi, per andare oltre le notizie diffuse o il punto di vista ristretto dell’alta borghesia di Teheran che mi offrivano gli amici». La risposta l’ha trovata nei documentari. Nel 2014 ha avviato il progetto Docunight, proiezioni di docufilm iraniani in 25 città tra America e Canada. Con la pandemia l’iniziativa si è trasformata in un servizio di streaming (accessibile anche dall’Italia) che raccoglie documentari di ogni tipo: «Abbiamo iniziato da film realizzati durante la rivoluzione del 1979 o successivi: i primi mostrano gli eventi in presa diretta, gli altri li analizzano a posteriori; allora avevo 7 anni e mi hanno aiutato a ricostruire cose che non ricordavo». Sull’attualità non c’è ancora molto: «Fare film in Iran è sempre più difficile. Ma molto viene documentato e in pochi anni avremo film che raccontano ciò che sta avvenendo ora».
Risuonano le parole di Abbas Kiarostami da 24 Frames: «Ho spesso notato che non siamo in grado di guardare ciò che abbiamo davanti, a meno che non si trovi all’interno di una cornice». Di un’inquadratura. Il cinema aiuta ad analizzare i fatti, unendo realismo e finzione: «Per dire la verità devo mentire, diceva mio padre; per trasmettere un messaggio reale lo devi esagerare. Anche il documentario è finzione, attraverso il montaggio decidi tu come raccontare la storia».
Con la Kiarostami Foundation, Ahmad ha portato a termine i lavori incompiuti del padre: 24 Frames e il corto Take Me Home. Ha «salvato» e restaurato i film, sottotitolati in diverse lingue. Notizia recente è il remake brasiliano de Il sapore della ciliegia, Palma d’oro nel 1997: «Alla regia ci sarà l’argentino Lisandro Alonso, con Wagner Moura nel ruolo del signor Badi», Homayoun Ershadi nell’originale, che vaga per Teheran in cerca di qualcuno disposto a seppellirlo dopo il suicidio.
Ahmad Kiarostami ha prodotto anche documentari come Coup 53 di Taghi Amirani (2019) sul colpo di stato contro il primo ministro Mohammad Mosaddegh cui parteciparono Cia e MI6… Si arriva all’oggi con le minacce di attacco del presidente americano Donald Trump. Il produttore riflette: «Sono contrario a qualsiasi guerra. Ma la popolazione ha fatto tutto il possibile per sbarazzarsi del regime senza successo, hanno bisogno di aiuto… Non credo che possa arrivare da una guerra, una “piccola guerra per cambiare le cose”, o che un Paese straniero abbia a cuore il bene di un altro Paese. Qualcosa serve ma non ho risposte».
Ripensa al padre: «Durante la rivoluzione del 1979 si è sempre tenuto lontano dalla politica e gli amici lo criticarono aspramente perché non manifestava». Poi nel 2009 è arrivata l’Onda verde: «Con gli Stati Uniti in Iraq, si ipotizzavano attacchi. Rammaricato Abbas arrivò a dire: “Perché non ci bombardano veramente? Così potremmo liberarci di questa situazione, qualunque sia il risultato”. Una frase insolita per lui». Alla quale oggi fa eco la rabbia dei giovanissimi che in questi giorni sono tornati in piazza a Teheran: «Non avrei mai pensato di desiderare un bombardamento sul mio Paese, ma da soli non ci libereremo», scrive Ali, studente di Medicina, come riporta Greta Privitera sul «Corriere» del 24 febbraio.
«Del 2009 ricordo l’immagine potentissima di un milione, forse quattro milioni (furono diffuse cifre diverse), di manifestati nelle strade in assoluto silenzio. Anche mio padre, ora posso dirlo, partecipò alle manifestazioni. Per non farsi riconoscere gli bastava togliere gli occhiali da sole», suo segno distintivo.





