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Dunque è fatta, almeno sulla carta. I consigli di amministrazione di Monte dei Paschi e di Mediobanca hanno approvato la fusione per incorporazione di Piazzetta Cuccia nell’istituto senese, con un concambio fissato a 2,45 azioni del Monte per ogni titolo dell’antica merchant bank fondata da Enrico Cuccia. Dopo settant’anni di storia in Borsa, Mediobanca si avvia verso il delisting. I mercati hanno festeggiato con rialzi superiori al cinque per cento. I comunicati ufficiali parlano di sinergie per 700 milioni, di un terzo polo bancario nazionale, di creazione di valore per gli azionisti. Il copione è quello consueto delle grandi operazioni: trionfalismo nell’annuncio, silenzio sui nodi irrisolti.
Il primo è quello della leadership. Il piano porta la firma di Luigi Lovaglio, il banchiere che ha guidato il risanamento del Monte e condotto la scalata a Mediobanca. Ebbene, Lovaglio non ci sarà: escluso dalla lista per il rinnovo del consiglio — con alle spalle un’indagine della Procura di Milano per manipolazione di mercato — lascia ad aprile. Sarà qualcun altro a dover eseguire un piano che non ha costruito. Gli analisti hanno già definito questa circostanza “negativa” rispetto ai rischi di esecuzione. È un eufemismo educato.
Il secondo nodo è la Bce, che ha già scritto due lettere al consiglio di Mps sollevando rilievi sulla composizione del futuro board e sull’autonomia di giudizio dei consiglieri. Il prossimo amministratore delegato non potrà ripensare liberamente l’architettura del piano: eredita obblighi strategici di chi è uscito dalla porta. Un paradosso da manuale.
Il terzo nodo è la governance interna. Caltagirone — che con la fusione vedrà ridursi la sua quota dall’11,5 al 9,4 per cento — non scompare dalla scena. La sua riserva riguarda Generali: la quota del 13,2 per cento che Mediobanca detiene nel Leone di Trieste passerà sotto il controllo di Mps, ridimensionando strutturalmente il suo peso nelle scelte future sull’asset assicurativo che più gli preme.
Il quarto nodo è il costo dell’operazione. Il delisting comporta oneri stimati intorno ai 2,5 miliardi. La fusione produrrà un effetto diluitivo su tutti i grandi soci, mentre il flottante sale al 62 per cento, allargando la compagine a investitori istituzionali che guarderanno al piano col metro dei risultati trimestrali, non della visione strategica. Il mercato ha già mostrato la propria insofferenza: il giorno della presentazione del piano industriale i titoli erano scesi con decisione, perché gli investitori leggevano nell’opacità del percorso un segnale di debolezza.
Resta infine la questione culturale. Mediobanca ha costruito la sua storia sull’autonomia e su una cultura aziendale irriducibile a quella di una banca retail. Incorporarla in Rocca Salimbeni è una scommessa culturale oltre che industriale. E le scommesse culturali si vincono nel tempo, non nei comunicati stampa.
Il concambio a 2,45 è superiore alle attese, la Borsa ha esultato. Ma tra l’annuncio e la realtà di un grande gruppo bancario integrato che regge al confronto europeo, il cammino è ancora lungo. E chi lo percorrerà non è ancora stato scelto.
Pierluigi Piccini




