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C’è una guerra che si combatte in luoghi diversi, con strumenti diversi, ma che ha sempre la stessa faccia: quella di chi viene usato dagli altri.
I curdi lo sanno bene. Chiamati in causa da Trump come possibile braccio armato di terra, tenuti sotto osservazione da Erdogan, si trovano ancora una volta al centro di un gioco che non hanno scelto. Ma stavolta la portavoce del Pjak, la formazione curda dell’Iran, lo dice con una chiarezza insolita: noi guerriglieri non abbiamo bisogno del permesso di Washington né di Tel Aviv per muoverci. Siamo la “Terza Linea” di questo conflitto, dicono. Né con Teheran né con chi vuole usarci dall’esterno. È una posizione che merita attenzione, perché rompe la logica binaria con cui l’Occidente legge il Medio Oriente: nemico del mio nemico, dunque amico mio. I curdi si sottraggono a questa equazione. E pagano il prezzo di chi non si lascia strumentalizzare.
Nel frattempo, in Libano, un vescovo racconta i genitori uccisi e condanna chi usa la religione per giustificare la violenza. È una voce che viene dal fondo dell’esperienza, non dalla teoria. Il Consiglio Supremo di Difesa italiano, dal canto suo, ribadisce il no ad azioni unilaterali e il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione — quella norma che molti citano e pochi leggono davvero, quella che dice che l’Italia ripudia la guerra. Su un volo semivuoto per Beirut, una giornalista guarda dal finestrino mentre la guerra arriva dal cielo. Certi reportage valgono più di molti editoriali.
Nel Mediterraneo, invece, si consuma ogni settimana la stessa storia. Ottantuno persone salvate in poche ore da Mediterranea ed Emergency, partite da gommoni alla deriva al largo della Libia: donne incinte, minori soli, corpi affidati al mare. Le Ong tornano a operare, il mare non smette di essere un cimitero. La notizia viene data quasi come un aggiornamento di cronaca, con quella rassegnazione che è la forma più pericolosa di abitudine alla tragedia.
E poi c’è la guerra silenziosa, quella che si combatte nelle aule e negli uffici. Settemila docenti di religione precari attendono rimborsi da migliaia di euro che lo Stato non ha mai versato. Il sindacato Anief parla di “precariato di Stato” — un ossimoro che però descrive esattamente la contraddizione: lavoratori instabili nell’istituzione per definizione più stabile che esiste, la scuola pubblica. Il cardinale Lojudice aggiunge che questa fragilità salariale si riflette sulla salute delle famiglie. Non serve un’analisi sofisticata: chi non sa se il mese prossimo avrà un contratto non può costruire nulla — né una casa, né un futuro, né una didattica degna di questo nome.
Tre scenari diversi, un’unica struttura: qualcuno subisce le decisioni di qualcun altro. I curdi subiscono le geopolitiche altrui. I migranti subiscono le politiche di respingimento. I precari subiscono un sistema che li usa senza riconoscerli. La notizia vera, forse, è questa continuità. Non i singoli episodi, ma il filo che li tiene insieme.





