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C’è qualcosa di insolito, quasi di teatrale, nella vicenda che si è consumata nelle ultime ore al Senato attorno al decreto sicurezza. La bocciatura non viene dall’opposizione, non arriva da una tribuna avversaria: il parere negativo è unanime, e porta la firma di un organismo presieduto da una senatrice appartenente a uno dei partiti di governo. La maggioranza, dunque, boccia se stessa. O almeno una parte di sé.
La motivazione è tecnica, nella forma. Mancherebbe il requisito d’urgenza — quella condizione costituzionale che giustifica il ricorso alla decretazione d’emergenza. È una formula apparentemente burocratica, ma politicamente corrosiva: significa che lo strumento scelto per varare il provvedimento era, nei presupposti, arbitrario. Non una forzatura discutibile ma un’anomalia certificata, messa a verbale da chi siede dentro la stessa coalizione.
Ed è proprio questa veste tecnica a rendere il gesto più significativo di qualsiasi dichiarazione di rottura. Non si tratta di uno strappo identitario, di una fibrillazione interna dettata da calcoli di posizionamento. È qualcosa di più sobrio e per questo più robusto: un organo di garanzia parlamentare che fa il proprio mestiere, anche quando questo mestiere scomoda chi governa. In un clima in cui le istituzioni di controllo vengono percepite con crescente insofferenza come ostacoli da aggirare, un simile atto ha il sapore di una resistenza silenziosa — tanto più efficace perché priva di retorica.
Sul versante dell’opposizione, nel frattempo, si lavora a un’altra traiettoria argomentativa. C’è chi sostiene che un’eventuale vittoria del Sì referendario non rimarrebbe isolata, ma funzionerebbe da volano per rimettere in circolazione progetti di riforma costituzionale finora accantonati — a cominciare dal premierato. Una lettura che intreccia partite apparentemente distinte, e suggerisce che la posta in gioco del voto sia più alta di quanto il dibattito pubblico corrente lasci trasparire.
La coincidenza dei due episodi — la bocciatura tecnica in commissione e le proiezioni politiche sull’esito referendario — disegna una giornata in cui la tenuta del quadro non è incrinata da un attacco frontale, ma logorata da tensioni che emergono dall’interno: ai margini della maggioranza, dentro le aule parlamentari, nei meccanismi di controllo che lo Stato di diritto prevede e che, a volte, funzionano ancora.





