
Il re senza regno e il mondo senza ordine
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Cheap Trick – Surrender
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C’è una scena ricorrente nella politica italiana che potremmo chiamare la scena del primo maggio. Ogni anno, nei giorni che precedono la festa dei lavoratori, il governo di turno convoca una conferenza stampa, annuncia un provvedimento sul lavoro, pronuncia la parola “storico” almeno tre volte, e poi passa la settimana successiva a spiegare perché i numeri dell’economia vanno nel senso contrario.
Quest’anno la scena si è ripetuta con una precisione quasi commovente. Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto lavoro, che introduce il cosiddetto salario “giusto” — distinto, con cura lessicale che rivela molto, dal “salario minimo” che è, nelle parole di Fratelli d’Italia, un “logoro vessillo della sinistra.” Il nuovo meccanismo è legato alla contrattazione collettiva nazionale e aprirà la porta agli incentivi: niente fondi pubblici a chi sottopaga. Bonus fino a 650 euro al mese per gli under 35, fino a 800 per le lavoratrici svantaggiate nelle aree Zes. Tutele per i rider, norme contro il caporalato digitale. ANSA
È una misura di cui si può discutere il merito. Non è piccola. Ma si inserisce in un quadro che rende difficile l’entusiasmo.
Il deficit 2025 si è fermato al 3,1% — troppo lontano dalla soglia del 3% che avrebbe permesso all’Italia di uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo. Meloni ha puntato il dito sul Superbonus, eredità del governo Conte, e non ha torto nell’identificarne la causa principale. Ma la spiegazione giusta di un problema non è già la soluzione, e il ministro Giorgetti, che fino a qualche giorno fa “credeva nei miracoli”, ha presentato un Documento di finanza pubblica ispirato al “realismo” — una parola che in politica, di solito, significa che i miracoli non sono arrivati. ANSA
L’OCSE ha prefigurato una crescita del PIL italiano dello 0,4% nel 2026, la più bassa dei venti paesi del G20, sia per quest’anno sia per il prossimo. Nel frattempo il gasolio continua a viaggiare oltre i 2 euro al litro, e il governo ha prorogato il taglio alle accise in scadenza il primo maggio — una misura tampone che costa quasi un miliardo e che non risolve nulla di strutturale. Il Post
Il paradosso è visibile a occhio nudo. Per la prima volta Confindustria ha contestato in modo così aperto e assertivo le politiche del governo — un segnale che l’alleanza implicita tra destra economica e destra politica, che aveva retto negli anni precedenti, comincia a mostrare le sue crepe. La riduzione degli incentivi alle imprese per Transizione 5.0 ha fatto esplodere la polemica: Giorgetti sostiene che i soldi sono contingentati e bisogna scegliere tra investimenti industriali e contenimento del caro-energia. Ha ragione nei termini del dilemma. Ma il dilemma stesso è il problema — non la soluzione. Il Post
Quel che manca, nella narrazione del governo, è qualcosa che potremmo chiamare pensiero lungo. Non nel senso delle grandi visioni — di quelle ce ne sono fin troppe, in Italia, di ogni colore. Nel senso di una coerenza tra le scelte di oggi e gli effetti di domani. Il salario “giusto” è un provvedimento redistributivo in un’economia che non cresce. Le accise tagliate sono un sollievo temporaneo in un contesto energetico che dipende da crisi geopolitiche su cui l’Italia non ha leva. La Corte penale internazionale ha deferito l’Italia all’Assemblea degli Stati parte per mancata cooperazione sul caso Almasri — una grana internazionale che si aggiunge alle tensioni con Trump, al caso Santanché, all’addio di Vannacci alla Lega. Today
Meloni resta, nei sondaggi, la leader più solida del panorama italiano. Non c’è alternativa credibile all’orizzonte. Ma la solidità dei sondaggi non coincide con la solidità delle politiche, e prima o poi — forse già nelle elezioni del 2027 — i due piani si incontrano.
C’è una cosa che questa settimana mi ha colpito più di tutte le altre. Il giorno prima del decreto lavoro, mentre il governo annunciava bonus per i rider e tutele contro il caporalato digitale, arrivava la notizia che nel 2025 la Germania ha toccato il tasso di natalità più basso mai registrato, e che nel Regno Unito i morti supereranno i nati ogni anno a partire da quest’anno, senza interruzione prevedibile. L’Italia non è da meno, in questa traiettoria. Eppure di demografia non si parla — non davvero, non con la serietà che il problema richiede. Si parla di bonus, di salari, di accise. Di oggi.
La civetta di Minerva, diceva Hegel, spicca il volo sul far della sera. Forse anche i governi capiscono il loro tempo solo quando è già troppo tardi per cambiare rotta. La domanda è se l’Italia abbia ancora abbastanza sera davanti a sé.





