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C’è qualcosa di profondamente teatrale — e non lo dico come insulto — nel fatto che il momento più lucido del dibattito occidentale sull’ordine internazionale lo abbia offerto, la settimana scorsa, un re. Non un presidente, non un primo ministro, non un segretario generale. Un re. Carlo III d’Inghilterra, al Congresso degli Stati Uniti, mentre Trump sedeva accanto a lui con quella sua aria da proprietario di un casinò che ha appena scoperto di non essere il personaggio più importante della stanza.
I giornali hanno contato dodici standing ovation. Hanno annotato le battute, il galateo, le sottili repliche. Ma quello che nessuno ha detto con sufficiente chiarezza è questo: il discorso di Carlo non era un discorso reale. Era un discorso repubblicano, nel senso classico del termine. Elogio della NATO, difesa dell’Ucraina, richiamo ai pesi e contrappesi del potere esecutivo. Erano le parole che avrebbe dovuto dire un presidente americano e che nessun presidente americano, in questo momento, può dire.
Il re ha fatto il lavoro della repubblica. Il monarca ha difeso la democrazia. C’è un’ironia così densa in questo fatto che quasi non si riesce a vederla per intero.
Ma il discorso di Carlo è solo l’episodio più visibile di una settimana in cui il disordine del mondo ha mostrato la sua struttura profonda. Non il caos — il caos sarebbe più rassicurante, perché implica una fase transitoria, un prima e un dopo. Quello che si vede è qualcosa di più permanente: la dissoluzione delle architetture che il dopoguerra aveva costruito per tenere insieme interessi incompatibili.
Gli Emirati lasciano l’OPEC. Non è una notizia tecnica sul mercato del petrolio. È la fine della finzione che i paesi produttori del Golfo condividano un interesse collettivo gestibile attraverso un’istituzione comune. Abu Dhabi ha calcolato che la crisi dello Stretto di Hormuz — con l’Iran che stringe, Trump che prepara i suoi uomini a uno scenario prolungato, i colloqui di pace in stallo — rende l’appartenenza al cartello più un vincolo che una protezione. Ogni paese per sé. Ogni paese con la propria geometria di alleanze. L’Arabia Saudita incassa il colpo.
Nel frattempo in Mali i jihadisti avanzano, i tuareg combattono, la giunta militare filorussa tiene discorsi apertamente antifrancesi e la Francia guarda con discrezione — leggo “con imbarazzo” su Le Monde, che è più onesto. L’imbarazzo è la parola giusta. Parigi ha perso l’Africa occidentale senza averla mai davvero posseduta, e ora assiste alla dimostrazione che il vuoto lasciato da una presenza imperiale non si riempie di democrazia: si riempie di Wagner, di disperazione, di violenza organizzata. El País lo chiama “il pericolo di ignorare il Mali” come se ignorarlo fosse stata una scelta deliberata. Era una scelta deliberata.
E poi ci sono i numeri che nessuno vuole leggere. La Germania ha toccato il tasso di natalità più basso mai registrato. Nel Regno Unito, dal 2026, i morti supereranno i nati ogni anno, senza interruzione. Non è una crisi: è una transizione demografica che ridisegna tutto — il welfare, le pensioni, l’identità culturale, la forza lavoro, la capacità militare. L’Europa che discute di difesa comune e di riarmamento è un continente che invecchia più velocemente di quanto riesca a capire le implicazioni di questo fatto.
Il re al Congresso, gli Emirati fuori dall’OPEC, il Mali in fiamme, le culle vuote. Sono pezzi della stessa figura — quella di un ordine che non regge più la propria architettura interna ma non ha ancora trovato la forma del suo successore.
Hegel diceva che la civetta di Minerva spicca il volo sul far della sera: la filosofia capisce il suo tempo solo quando quel tempo è già tramontato. Forse vale anche per la politica. Forse Carlo stava dicendo cose vere e importanti su un mondo che, mentre lui parlava, stava già diventando un altro.
Dodici standing ovation. E fuori, il vento.





