Altman non usa la parola «strumento», ed evita di parlare di tecnologia preferendo evocare una «nuova forma di vita». Il futuro padre di ChatGPT ha ben chiara una cosa che troppi oggi non vendono o fingono di non vedere. L’Ai generativa non è uno strumento a disposizione dei viventi umani che possono farne uso – come accade per ogni strumento – grazie alla propria intelligenza. Per la prima volta nella storia dell’umanità siamo di fronte a un dispositivo in grado di produrre e generare contenuti simbolici indistinguibili da quelli umani che rischia di sostituirsi alla facoltà che ha definito la nostra specificità: il pensiero-linguaggio.

Stiamo entrando, senza nemmeno accorgercene, in uno spazio simbiotico uomo-Ai in cui non ci saranno umani “potenziati” nelle loro capacità cognitive, ma impoveriti perché sostituiti da una forma di intelligenza anonima come mera ricombinazione e trasformazione di testi.

Affermare che quella dell’Ai non è intelligenza è solo un modo, semplicistico, per provare a rimuovere il problema. L’Ai è una forma di intelligenza tecnologica come ricombinazione di sapere saputo che perfeziona, velocizzandola ed eliminandone la fatica, un’idea di intelligenza che per molto tempo abbiamo privilegiato rimuovendo il corpo, separando mente e corpo. Che cos’è ancora oggi la formazione intellettuale dei soggetti se non un addestramento sui testi che li renda in grado di produrre nuovi contenuti simbolici? L’Ai generativa è figlia di questa forma storica di intelligenza che prevede una separazione tra mente e corpo, tra cogito e tutto ciò che si lega al corpo, alle emozioni, ai sentimenti.

La vera sfida oggi non è imparare a usare l’Ai in modo più o meno critico attraverso corsi di prompt thinking. La vera sfida oggi è quella di riconoscere, accanto a un’Ai che sarà sempre più presente nelle nostre vite, tutto il valore e la forza di un altro tipo di intelligenza generativa che opera nell’unità di mente e corpo, di un pensiero incarnato, a corpo vivo, che mette in gioco la singolarità del vivente, le sue pulsioni, il suo desiderio, le sue posture, il movimento del suo corpo, le sue esperienze, la sua storia.

La scelta è al contempo filosofica e antropologica e va fatta ora: occorre decidere che forma di vita vogliamo essere. Se una forma di vita sempre più assoggettata all’Ai, cioè al sapere-potere generativo di alcune grandi Big Tech, o una forma di vita in grado di rapportarsi all’Ai a partire dalla forza della propria singolarità vivente che imparerà a pensare nell’unità di mente e corpo. L’Ai ci obbliga a interrogarci sui nostri modi di vita. Come scriveva Deleuze: «Quali sono i nostri modi di esistenza, le nostre possibilità di vita? Abbiamo dei modi di costituirci come “sé” e, come dirà Nietzsche, modi abbastanza “artisti”, oltre il sapere e il potere? Ne siamo all’altezza, dal momento che qui la posta in gioco è la vita e la morte?».

Non si tratta di uno scenario inedito. Tutto questo è già andato in scena al momento dell’irruzione nel campo della formazione dei soggetti della tecnica che rappresenta il precursore dell’Ai: la scrittura.

La nascita della filosofia nell’Atene del IV con Platone è stata l’invenzione di un pensiero erotico, a corpo vivo, che rispondeva alla diffusione della tecnica della scrittura come forma di sapere morto che si limitava a simulare la vita. Rispondere alla sfida dell’Ai oggi significa evocare Platone e la filosofia al cuore della Silicon Valley per misurarsi in modo critico e attivo con ciò che sta accadendo.

Che cosa ci dice Platone? In primo luogo, che il pensiero come filosofia è eros: amore, desiderio, che comincia con il due dell’incontro nella forma del dialogo erotico. Ma questo desiderio non è, come spesso si dice, solo amore per il sapere, ma come ricorda Diotima a Socrate nel Simposio «desiderio di generare nel sapere secondo il corpo e secondo l’anima». Platone ci rivela questo: pensare è una facoltà di amare (l’altro, il mondo, le idee) e ha come scopo non la semplice e sterile accumulazione di sapere (la generatività morta dell’Ai generativa), ma l’amplificazione della vita in tutte le sue forme. Non dimentichiamo infatti che per Platone le idee non sono semplici concetti o significati, ma sono dei viventi, e il pensiero, che è amore, è anche parto, generazione di un figlio.

 

 

La filosofia è allora una forma di vita erotica, un erotismo muscolare (per Platone l’anima ha i muscoli), un allenamento all’intensificazione della vita come perfezionamento di sé attraverso l’altro, tutti gli altri di cui abbiamo vitale bisogno per amare il mondo, per amare le idee, per produrre pensiero vivo.

Fanno tutti a gara oggi per spiegarci quanto sia importante imparare a usare l’Ai, a integrarla nella scrittura, nello studio, nella ricerca, nella formazione, nelle scuole. Ma la vera differenza tra qualche anno non la farà saper usare l’intelligenza artificiale. La vera differenza la farà chi sarà in grado di pensare, scrivere, generare idee, contenuti, fare valutazioni, desiderare, vivere, anche senza usare l’Ai, perché si sarà allenato a questo, a una forma di vita altra che non si arrende a diventare l’interfaccia biologica delle Big Tech. Chi avrà coltivato, con fatica, questa forma di vita sarà in una posizione di vantaggio rispetto a una massa di persone che non potranno fare a meno di pensare, creare, scrivere, desiderare, vivere in quella modalità media, mediocre e impersonale che è tipica dell’Ai. Come ci dice Platone: «La responsabilità è di chi sceglie: il dio non ha colpa».

https://www.lastampa.it/