
Tears For Fears – Everybody Wants To Rule The World
14 Marzo 2026
di Pierluigi Piccini
C’è un’ironia sottile, quasi crudele, nel fatto che la destra italiana stia naufragando proprio lì dove aveva scelto di piantare la sua bandiera. Venezia non è una città qualunque: è la città dove la forma vince sempre sulla sostanza, dove l’apparenza ha una sua verità profonda, dove la bellezza è anche potere. Sceglierla come laboratorio dell’egemonia culturale era, in fondo, un gesto intelligente. Eppure è proprio lì che il progetto si inceppa, si contraddice, si svela per quello che è: un’ambizione senza architettura.
L’articolo di Mattioli coglie con precisione il paradosso strutturale. Alla Biennale il problema è l’eccesso di autonomia: Buttafuoco, intellettuale vero, ha fatto quello che fanno gli intellettuali veri, cioè ha ragionato con la propria testa e ha deciso che la Russia poteva rientrare nel consesso internazionale dell’arte. Alla Fenice il problema è il contrario, l’eccesso di obbedienza: Colabianchi ha eseguito un ordine dall’alto con la rigidità di un sottufficiale, ignorando che le istituzioni culturali hanno una loro ecologia delicata, tempi propri, equilibri interni che si costruiscono con pazienza e si distruggono in un pomeriggio.
Due errori opposti, un’unica radice: la destra al governo non ha ancora capito cosa significa davvero gestire la cultura.
Gramsci — che la destra non ama citare, ma che resta il pensatore più lucido su questi temi — non parlava di occupare le istituzioni culturali. Parlava di costruire una visione del mondo così convincente da diventare senso comune. L’egemonia non è un organigramma da compilare. È un processo lungo, capillare, che richiede qualcosa che in politica scarseggia: il tempo. Il centrosinistra ci mise decenni, e comunque non ci riuscì davvero fino in fondo, come dimostra il fatto che anche nei suoi anni migliori continuò a litigare al proprio interno su ogni nomina di peso.
La destra post-missina, trasformatasi in forza di governo, ha ereditato una sindrome comprensibile: quella di chi per decenni si è sentito escluso dai salotti buoni della cultura ufficiale e ora, finalmente al potere, vuole il risarcimento. Ma il risarcimento non è l’egemonia. È vendetta simbolica. E la vendetta simbolica, in campo culturale, produce esattamente quello che stiamo vedendo: resistenza, compattamento degli avversari, danni d’immagine che superano di gran lunga i benefici.
Il caso Fenice è illuminante in questo senso. Beatrice Venezi è una direttrice d’orchestra brava? Forse. Forse no. Il punto è che la domanda è diventata irrilevante, sepolta sotto la colata lavica della polemica. Nessuno discute più della sua arte. Si discute del metodo, delle pressioni, dell’obbedienza ottusa di chi avrebbe dovuto mediare e invece ha semplicemente trasmesso l’ordine come un cavo elettrico. Il risultato è che anche chi poteva essere disponibile ad ascoltare si è irrigidito. La cultura ha i suoi anticorpi, e si attivano rapidamente quando percepisce la coercizione.
Ma c’è una questione più profonda, che Mattioli pone in chiusura con efficacia: la destra italiana non ha ancora risolto il suo problema identitario. È modernamente conservatrice o è nostalgica? È liberale in campo culturale o è tentata dall’autoritarismo estetico? È atlantista fino in fondo o coltiva ambiguità filo-russe in nome di una solidarietà tra “nazionalismi sovranisti”? Queste non sono domande oziose. Sono le domande che determinano quale tipo di cultura una classe dirigente può produrre e sostenere.
Finché la risposta oscilla — e in questo momento oscilla vistosamente, come dimostra il cortocircuito tra la politica estera del governo e la scelta di Buttafuoco sulla Russia — non è possibile costruire nulla di duraturo. Si possono fare nomine. Non si può fare egemonia.
Mattioli ha ragione a chiamarla surrealismo. C’è qualcosa di involontariamente dadaista in un Ministro della Cultura che litiga con il Presidente della Biennale che lui stesso ha contribuito a nominare, perché i due stanno, in sostanza, facendo politiche estere divergenti. Breton avrebbe apprezzato. Mussolini — che dell’egemonia culturale qualcosa sapeva, nel bene e nel male — probabilmente no.
La lezione, se vogliamo trarne una, è antica e sempre disattesa: la cultura non si decreta. Si semina, si coltiva, si aspetta. Chi non ha questa pazienza raccoglie solo macerie e polemiche. E il surrealismo, appunto, non era un progetto di potere. Era una rivolta contro di esso.
Spunto tratto dall’articolo di Alberto Mattioli, “Surrealisti più che fascisti, la destra cade sulla cultura”, La Stampa, 14 marzo 2026.





