
Biennale arte, la Giuria si dimette: Leoni assegnati dai visitatori, rientrano «in gara» Israele e Russia
2 Maggio 2026
Fugees – Killing Me Softly With His Song
2 Maggio 2026LA MOSTRA
Roma
Un viaggio metamorfico e coerente, un percorso che mescola la densità della materia pittorica e la nuova immaterialità dell’immagine fotografica ed elettronica, la splendida parabola di uno dei protagonisti dell’arte del secondo Novecento: una grande mostra romana (Palazzo delle Esposizioni, fino al 12 luglio) celebra l’opera di Mario Schifano, ancora oggi un modello vitale per le nuove generazioni nella sua fusione sperimentale tra pittura e nuovi media.
La grande antologica (a cura di Daniela Lancioni, catalogo Electa-Palazzo delle Esposizioni), frutto di una collaborazione tra Azienda Speciale Palaexpo, Intesa Sanpaolo-Gallerie d’Italia, Eni e Fondazione Silvano Toti, presenta più di cento opere e si collega in modo efficace alla recente pubblicazione Mario Schifano. Catalogo ragionato dell’opera pittorica 19601969, pubblicato da Skira a cura di Monica De Bei Schifano e Marco Meneguzzo.
Nato a Homs, in Libia, nel 1934 e cresciuto a Roma, dove morirà nel 1998, Schifano muove i primi passi in un contesto dominato dalle istanze dell’informale e sviluppa subito il desiderio di trovare, tra il 1959 e il 1960, un nuovo linguaggio che parte dalle concrezioni del cemento per approdare a un necessario e fecondo azzeramento del dato pittorico, declinato attraverso le campiture della monocromia in cui si inseriscono gli elementi verbovisivi.
Da questo momento in poi Schifano porta avanti una ricerca ininterrotta sul rinnovamento della pittura, fatta di intuizioni, saccheggi e innovazioni, trasformando le suggestioni delle gocciolature di Jasper Johns in un processo metamorfico assolutamente personale, in cui sviluppa il suo rapporto controverso e dialettico con la Pop Art e con gli Stati Uniti, passando dalle vibrazioni della sintesi iconica dei marchi (Esso, Coca Cola) all’utilizzo costruttivo della fotografia. È Maurizio Calvesi, uno dei maggiori interpreti e compagni di strada di Schifano in quel momento, a cogliere con precisione questa qualità, osservando come le tele orlate da contorni rettangolari ad angoli smussati sembrassero uno schermo preparato a ricevere, o un video appena acceso, o ancora l’inquadratura di un reflex fotografico: immagini
che dicono molto dell’attenzione verso i nuovi media già presente nelle opere di quegli anni.
La velocità delle automobili che attraversano i suoi paesaggi anemici sembra preludere all’interesse del pittore per Giacomo Balla e il Futurismo, che Schifano reinterpreta come punto di partenza per una riflessione sulla velocità, sul dinamismo e sulla possibilità di moltiplicare e sovrapporre le immagini. È in questo spirito che nel 1965 dipinge il celebre Futurismo rivisitato a colori, opera che chiude apparentemente questa stagione ma apre in realtà a un nuovo orizzonte: quello dei media elettronici, della televisione e del cinema.
Le riflessioni sul Futurismo e sul suo desiderio di fare entrare l’arte nello spazio della vita sembrano accompagnare pertanto Schifano verso opere ambientali come quella realizzata per la casa romana di Gianni Agnelli (esposta straordinariamente in mostra), ma anche verso il cinema sperimentale e le sue ricerche successive dedicate alla televisione. In queste opere l’artista cattura frame di programmi televisivi e li trasferisce sulla tela, dove vengono assorbiti e trasformati dal flusso della pittura, in un intreccio continuo tra il ritmo della pennellata e quello dell’immagine trasmessa. Lo schermo televisivo diventa così una finestra sempre aperta sul mondo contemporaneo, e la pittura il luogo in cui quel flusso incessante si sedimenta, prende forma, acquista densità e memoria.
È da questa tensione tra il presente mediatico e la profondità della storia che nascono le ricerche di Schifano dedicate all’arte italiana del Novecento, e in particolare a Giorgio de Chirico, maestro ideale che la generazione di Schifano ha eletto a basilare punto di riferimento. Del resto, proprio de Chirico era l’artista che aveva utilizzato la copia e la citazione delle opere dei grandi maestri come strumento innovativo per la propria ricerca e la generazione degli artisti degli anni Sessanta ha compreso questa sua rottura con certi dettami dell’arte d’avanguardia, scegliendo proprio la citazione come strumento per la creazione di una nuova iconografia dell’arte contemporanea.
Era poi quasi inevitabile che il desiderio incessante di rinnovamento facesse entrare Schifano tra i protagonisti più originali del ritorno alla pittura degli anni Ottanta. La sua risposta a quel momento di rifondazione del linguaggio pittorico è inconfondibile: una stesura cromatica veloce e intensa, fatta di campiture potenti e di gesti rapidi che sembrano seguire il ritmo stesso delle immagini cinematografiche e televisive, quel flusso continuo che aveva già attraversato e alimentato la sua ricerca nei decenni precedenti.
Non si tratta di una conversione né di un ripensamento, ma della naturale evoluzione di una coerenza profonda: la pittura di Schifano ha sempre avuto la velocità e l’energia di un’immagine in movimento, e negli anni Ottanta questa qualità si libera con una freschezza e una potenza cromatica nuove, capaci di dialogare alla pari con le tendenze internazionali più vivaci di quel decennio.
Nei primissimi anni Novanta Schifano è tra i primissimi artisti italiani — e tra i primi in assoluto nel panorama internazionale — a servirsi delle immagini digitali come supporto e materia delle proprie opere, anticipando con la consueta lucidità intuitiva ricerche che solo più tardi sarebbero diventate centrali nel dibattito artistico globale. L’immagine digitale entra nella pittura non come sostituto ma come ulteriore strato, un nuovo schermo su cui il flusso delle immagini continua a scorrere e a trasformarsi: scenari che restano ancora oggi vitali nelle indagini delle generazioni più giovani, a conferma di quanto la traiettoria di Schifano abbia saputo indicare direzioni allora appena intraviste.





