
Quell’effimera metamorfosi
15 Marzo 2026
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15 Marzo 2026SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
NUOVO CINEMA MANCUSO
Film a prova di smartphone
Il problema del secondo schermo. Se ne parla da un po’, ma finora era considerato una brutta abitudine degli spettatori indecisi, impazienti, facili alla noia. Anche una categoria della critica, secondo un recensore – possiamo garantire che non siamo noi, e neanche siamo parenti, l’abbiamo letta su una rivista. Egli giudica l’appeal di un film dal tempo che passa prima che uno spettatore tiri fuori il secondo schermo. iPhone o tablet, nei casi più sfacciati.
Sembrava un problema dei festivalieri, degli addetti ai lavori, di chi nella vita ha visto più film di quelli che sarebbe necessario – bisogna ricordare che tutti questi mestieri prevedono la visione di tanti film brutti? Proprio tanti, non potete immaginare quanti: è assai probabile che nei cinema che frequentate (poco!) non arrivino. Potrebbero arrivare sulle piattaforme, magari a ora tarda. Nulla che non si possa risolvere, con poca fatica.
Ora però il problema comincia a riguardare tutti. Scrive Empire nel numero di maggio 2026 – vanno di fretta, sono inglesi – che nelle riunioni di produzione a Hollywood, o addirittura nelle writer’s room, i capi e il marketing fanno presente che il 94% degli abbonati guarda il film mentre compulsa lo smartphone. Quindi, i dirigenti chiedono agli sceneggiatori e agli showrunner di tenerne conto. Novantaquattro per cento. Se qualcuno dubita della percentuale, basta ricordare l’ultima volta che ha visto un film intero, senza messaggi dal cellulare.
Nelle riunioni i capi chiedono agli sceneggiatori: “Potresti farlo un po’ più ‘secondo schermo’?” Vuol dire: puoi fare in modo che trama e dialoghi risultino comprensibili anche agli spettatori che davanti agli occhi hanno un secondo schermo? Se non lo dicono, fanno arrivare agli sceneggiatori un biglietto. E allora via con le spiegazioni e le ripetizioni. Mr Horner – è il il giornalista che firma il corsivo – racconta che a Matt Damon chiedono di ripetere la trama anche due o tre volte in un dialogo.
Grande domanda. E’ questo il futuro che vogliamo? Film e serie “facilitati” da vedere mentre scrolliamo i meme? Un po’ di spazzatura che faccia da sfondo mentre giochiamo a Wordle sull’app del New York Times? Una versione dei “Soprano” dove tutti paiono lobotomizzati? – all’inizio dell’articolo, c’è un esempio: “Ecco Tony Soprano, capo della nostra famiglia criminale, e marito della bella Carmela”, e via così fino a spiegare cos’è il “Bada Bing!” locale di strip-tease chiamato come nel “Padrino”.
L’idea è che diventino “TikTok Friendly”. Ma c’è un controesempio, clamoroso. “Adolescence” era girato in soggettiva, senza spiegazioni. E anche “Pluribus” – la serie di Vince Gilligan, gran successo su Apple tv – non ha avuto bisogno di queste stampelle. Era appassionante senza trucchi.
IL TESTAMENTO DI ANN LEE
di Mona Fastvold, con Amanda Seyfried, Lewis Pullman, Thomasin McKenzie
Chiamarlo
film, senza precisazioni, manda fuori strada. Un colpo basso assestato agli spettatori – sono parecchi – che detestano i musical. “Il testamento di Ann Lee” è un musical che dura due ore e un quarto, ma non ci sono ballerine scosciate né numeri di tip tap. Racconta la setta religiosa degli “Shaker”, comunità rurale nata in Francia e poi trasferita a Manchester, dove immaginavano di trovare migliore accoglienza. Erano contrari a ogni autorità, oltre che alla proprietà privata. Li guidava una donna, le loro pratiche religiose consistevano nel canto e nel ballo scatenato, come indica il nome della setta. Da Manchester, Madre Ann – nel film è Amanda Seyfried – guida i fedeli verso il New England, in cerca di una nuova terra promessa. E’ il 1774. Fondano due comunità che mettono in comune i beni. Gli uomini e le donne vivono separati, e separati pregano cantando, scuotendo e dimenando il corpo, battendosi il petto, tremando per purificare il corpo dall’immondo peccato onde tornare alla purezza. Tarantolati, verrebbe da dire con un salto di secoli e di geografia verso il meridione italiano studiato dall’antropologo Ernesto De Martino. Parlando di cinema, la regista Mona Fastvold fa coppia nella vita e nell’arte con Brady Corbet – per chi colpevolmente l’avesse dimenticato, il regista di “The Brutalist”: grandiosa – e meno respingente – storia di un architetto ebreo ungherese in fuga dal nazismo verso gli Stati Uniti.
AMRUM – L’ISOLA DEI RICORDI
di Fatih Akin, con Diane Kruger, Matthias Schweighöfer, Jasper Billerbeck
Fatih
Akin aprì la stagione dei registi turchi-tedeschi, con il suo quarto film “La sposa turca” (e fu subito Orso d’oro alla Berlinale, nel 2004). Dopo vari titoli collocati tra le due culture – fa testo una battuta che ricordiamo da una sua scena: due turchi si incontrano in Germania, alla domanda “di dove sei?” uno dice di essere originario di Berlino e l’altro di Amburgo, con convinzione. “Amrum” è una storia al cento per cento tedesca, ambientata in una delle isole Frisone, ai confini con la Danimarca. Non è la sua storia, l’ha scritta l’amico e collaboratore Hark Bohm, scomparso a novembre dell’anno scorso. Avevano scritto qualche film insieme, e ora Fatih Akin porta a termine il lavoro. Su qualche manifesto, correttamente, c’era scritto “un film di Hark Bohm realizzato da Akin”. Protagonista un dodicenne – la vicenda è autobiografica – in un momento decisivo della sua vita e della storia: la fine della Seconda guerra mondiale. Nanning è il figlio maggiore di una ricca famiglia nazista, il padre pubblica con la casa editrice del partito, e ci sono gli anziani dell’isola che non capiscono bene cosa sta per succedere. Sulla spiaggia arriva il cadavere di un pilota portato dalla marea, ormai in decomposizione. Gli uomini sono al fronte, il ragazzino deve procurare da mangiare per sé e per la madre, che vive nel suo mondo e non vuol sapere cosa succede fuori dall’isola. Dagli ultimi giorni di guerra in poi.
IL QUIETO VIVERE
di Gianluca Matarrese, con Maria Luisa Magno, Immacolata Capalbo, Carmela Magno
Due
cognate litigano. E litigano. E litigano. Sempre con le pentole sul fuoco, la quantità di cibo che vediamo sullo schermo – anche un paio di pranzi festivi, mai nessuno fa uno spuntino e basta, non usa – è stupefacente. Una cognata abita sopra, l’altra sta al piano di sotto della palazzina: una casa di famiglia a due piani. Siamo a Corigliano, contrada Viscigliette, 70 abitanti. Due cognate calabresi litigano, a furia di dispetti, gestacci, male parole, cani che pisciano dove non devono, denunce al maresciallo, coltelli esibiti per minaccia (o forse perché una stava in cucina, è uscita di corsa in grembiule e senza posare il coltello). Le tende vengono tagliate, parabole messe fuori uso. Succede da dieci anni, appartengono alla famiglia del regista Gianluca Matarrese – che ha trovato nella faida familiare materiale più interessante di quello maneggiato in “L’expérience Zola”. Tre zie anziane fanno da coro greco, raccontano e commentano mentre ritoccano la tintura dei capelli – o sedute intorno a un tavolo come una giuria popolare. Notevolissimo anche il panorama alpino che orna una parete. Una litigante ha una passione sfrenata per la stampa che ora si chiama “animalier” – una volta si diceva leopardata, estesa al copriletto e alle scarpe con pon pon: davanti al telefonino fa dimostrazioni di aspirapolveri. L’altra si sente prigioniera, mentre cucina patate e peperoni. Poi denuncia la vicina e civetta con il maresciallo.
KEEPER – L’ELETTA
di Osgood “Oz” Perkins, con Tatiana Maslany, Rossif Sutherland, Birkett Turton
Il
padre del regista è il mai dimenticato Anthony Perkins. “Psycho”, sicuro. Ma abbiamo un debole per “Le piace Brahms?”, dov’era il toy boy di Ingrid Bergman, dal romanzo di Françoise Sagan. Un’arredatrice fidanzata con Yves Montand viene spesso lasciata sola nei fine settimana, anche negli anniversari, per portare a spasso con la spider giovinette parigine. Chiunque avrebbe acchiappato il giovanotto per non mollarlo più. Lei no, si tormenta e resta sola. La madre del regista si chiama Marisa Berenson, era in “Morte a Venezia” e in “Barry Lyndon”. Il rampollo, nato nel 1974, gira film dell’orrore. Ottimi film, come “Longlegs” con Nicolas Cage, “Gretel & Hansel” che riscrive la favola dei fratelli Grimm con chiaroveggenza e altre doti soprannaturali, e lo spaventoso “The Monkey” che adatta il racconto “La scimmia” di Stephen King. “The Keeper – L’eletta” è stato girato con la stessa troupe, e pochissimi soldi, sul set di “Longlegs”. Una baita in mezzo ai boschi, dove Liz (l’attrice Tatiana Maslany) viene invitata dal fidanzato Malcolm (l’attore Rossif Sutherland, andando di parentele è figlio di Donald Sutherland) per festeggiare il primo anniversario. Lei non vede i segnali – una coppola per esempio – ma chi guarda sì: siamo sempre più avanti noi e il dettaglio contribuisce al successo. Quasi subito lui la lascia sola, per una chiamata urgente. Dopo aver mangiato una torta al cioccolato che neanche le piace.





