
U2 – I Still Haven’t Found What I’m Looking For
16 Marzo 2026
Rassegna italiana, 16 marzo 2026
16 Marzo 2026
Le aperture di questa domenica mattina raccontano un mondo sotto pressione lungo almeno tre assi distinti: la crisi iraniana che rischia di diventare il prossimo teatro di guerra, le elezioni europee che disegnano nuove mappe del consenso, e sullo sfondo — quasi in penombra rispetto ai titoli principali — la Palestina che continua a morire.
Cominciamo da quest’ultima, perché è giusto farlo.
Il Guardian riporta che la polizia israeliana ha ucciso due giovani ragazzi palestinesi e i loro genitori in Cisgiordania. Haaretz, la testata israeliana più attenta alle contraddizioni interne del proprio paese, si concentra sulla figura di una bambina rimasta orfana che ha testimoniato il fuoco letale dell’IDF — e il titolo è già un j’accuse: Hind Rajab non è sola. Al Jazeera conta tredici morti a Gaza negli attacchi delle ultime ore, tra cui due bambini e una donna incinta. Sono notizie che occupano spazi laterali nelle home page occidentali, relegate sotto la piega del consenso geopolitico. Vale la pena nominarle per prime, almeno qui.
Il centro della scena è però lo Stretto di Hormuz.
Trump ha chiesto agli alleati di inviare navi da guerra nella zona, in quello che appare come il primo passo di una pressione militare sull’Iran. Le risposte sono state, come riferisce il New York Times, “caute”. Il Wall Street Journal spiega che la Casa Bianca cerca di costruire una coalizione intorno alla questione energetica — il vero nervo scoperto — mentre il Financial Times riporta che Trump ha esplicitamente avvertito la NATO di un “futuro molto cupo” se gli alleati non lo seguiranno su questo fronte. È una formula già vista: il ricatto come strumento di negoziato.
L’Iran risponde con la voce del suo ministro degli Esteri, che a CBS dichiara di non vedere alcun motivo per dialogare con gli americani. Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, il Global Times pubblica un editoriale dalla tesi limpida: la sicurezza dello Stretto non dipende dal numero di navi da guerra che lo pattugliano. È la posizione cinese, formulata con eleganza. E si scopre essere anche quella indiana: Nuova Delhi plaude ai colloqui diplomatici con Teheran per tenere aperto lo Stretto, secondo il Financial Times. Il Giappone, anch’esso dipendente da quel corridoio energetico, risponde con cautela analoga. Si sta disegnando, forse, un asse silenzioso di paesi che non hanno nessuna intenzione di seguire Washington in un’avventura militare nel Golfo.
L’Europa guarda altrove, impegnata com’è nei propri cortili interni.
In Francia si è votato per le municipali, con Parigi che si avvia verso un secondo turno complicato — una quinquangulaire potentielle, titola Le Monde, cinque candidati qualificati, il che la dice lunga sulla frammentazione del campo politico transalpino.
In Spagna le cose sono andate meglio del previsto per Sanchez. Il PP ha vinto le regionali di Castiglia e León, ma è riuscito a contenere Vox; il PSOE, dato per spacciato, si è ripreso. Non è una vittoria, ma non è neanche la débâcle annunciata. In politica, a volte, sopravvivere è già una forma di successo.
Una nota a margine, che però margine non è.
Politico USA ha analizzato i social media dell’amministrazione Trump e ha trovato una sola menzione dell’espressione “deportazioni di massa” dopo il 12 febbraio. Per mesi era stata il mantra, il tamburo di guerra interno. Poi, silenzio. Può significare molte cose: che la realtà logistica ha preso il sopravvento, che la narrazione ha esaurito il suo ciclo, o semplicemente che l’attenzione si è spostata altrove. In ogni caso, è il tipo di dato che vale conservare.
E infine gli Oscar. One Battle After Another — titolo che ha tutta l’aria di un manifesto — ha vinto sei premi incluso il miglior film. La BBC ne dà conto come di un evento culturale. In certi anni, però, i film che vincono raccontano qualcosa di più di un’estetica: raccontano ciò che una cultura vuole dire di sé stessa nel momento in cui si specchia. Vale la pena guardarlo, questo film. Specialmente adesso.





