
Rassegna del mondo, 16 marzo 2026
16 Marzo 2026
La guerra sotto la guerra
16 Marzo 2026
L’Italia entra nell’ultima settimana prima del referendum con due dossier aperti che si intrecciano e si condizionano a vicenda: la crisi iraniana, che il governo deve gestire senza poter scegliere apertamente da che parte stare, e la riforma della giustizia, che andrà al voto il 22 e 23 marzo e che rischia di diventare il primo vero banco di prova elettorale del governo Meloni senza quorum a proteggerlo.
Sul fronte internazionale, la settimana scorsa Meloni ha reso le comunicazioni al Parlamento in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo Governo Italiano, dovendo rispondere ad opposizioni che la accusavano di aver gestito la crisi iraniana fuori dalle aule. La posizione del governo è rimasta sospesa in un equilibrismo difficile da sostenere: l’intervento in Iran è stato definito “fuori dal diritto internazionale”, ma “il governo non è complice di decisioni altrui” Collettiva. Una formula — “né condanno né condivido” — che i critici hanno immediatamente battezzato “pilatesca”. La risoluzione della maggioranza è stata approvata alla Camera con 196 sì, 122 no e tre astenuti LaPresse. Numeri che fotografano un Parlamento diviso lungo le stesse linee di sempre, senza nulla di trasversale.
Sul tema delle basi militari americane in Italia — la domanda più politicamente bruciante — Meloni ha confermato che “dipendono da accordi che sono sempre stati aggiornati da governi di ogni colore”, e che nel caso di richiesta di utilizzo “la decisione spetterebbe sempre al governo” ma sarebbe affidata “al Parlamento” Collettiva. Una risposta che è al tempo stesso tecnicamente corretta e politicamente evasiva.
La Spagna ha potuto dire no all’uso delle basi nel 2026 perché nel 1988 ha negoziato il diritto di dire no. L’Italia non ha mai avuto quella negoziazione. E nessun governo — di destra, di centro o di sinistra — ha mai provato seriamente a ottenerla. Il Politico Web Vale la pena tenerlo a mente, mentre si discute di sovranità.
Ma è il referendum il vero centro di gravità di questa settimana.
Il 22 e 23 marzo si vota sulla riforma costituzionale della giustizia firmata dal Guardasigilli Carlo Nordio. La riforma propone di separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, istituire due Consigli Superiori della Magistratura distinti e creare una nuova Alta Corte disciplinare. TorinoToday Si tratta di un referendum confermativo: la legge era stata approvata dal Parlamento senza raggiungere i due terzi, soglia che avrebbe impedito la consultazione popolare. TorinoToday Non è previsto quorum: vince chi prende più voti.
Lo schieramento è netto e coincide quasi perfettamente con quello politico. Per il Sì si sono schierati FdI, Lega e Forza Italia; per il No il PD, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra; Azione ha scelto il Sì distinguendosi dall’opposizione, mentre Italia Viva ha lasciato libertà di voto. Avvocato Marco Ticozzi
I sondaggi danno uno scenario incerto. Secondo gli ultimi dati Ipsos Doxa, la previsione di partecipazione si attesta attorno al 42%, con questo livello di affluenza il No sarebbe in vantaggio (52,4% contro 47,6%). Solo con un’affluenza più elevata, intorno al 49%, l’esito si collocherebbe sul filo della parità. Ipsos L’affluenza, dunque, è il vero campo di battaglia.
L’attenzione dell’opinione pubblica risulta attualmente concentrata sull’attacco all’Iran, con ripercussioni dirette sull’interesse per l’agenda politica interna: poco più del 40% dichiara di seguire la campagna referendaria con una certa attenzione. Ipsos La guerra altrove, insomma, deprime la partecipazione domestica — e questo potrebbe avvantaggiare il No.
C’è poi la questione che ha avvelenato il finale di campagna: Meloni ha chiuso la sua campagna per il referendum dopo il “caso Bartolozzi”, precisando “nessuno vuole liberarsi dei magistrati” Fanpage. Il capo di gabinetto del ministero della Giustizia aveva pubblicamente invitato a votare Sì “per togliere di mezzo la magistratura” — una frase che ha fatto il giro dei social e che il fronte del No ha trasformato in manifesto. L’involontaria sincerità di un funzionario può fare più danni di dieci comizi dell’opposizione.
Un dettaglio che il Fatto Quotidiano porta in prima pagina e che merita attenzione: sono cinque milioni gli italiani, soprattutto giovani e lavoratori lontani dalla loro residenza, che non possono votare per il rifiuto delle destre di introdurre il voto fuori sede. Il Fatto Quotidiano Cinque milioni di elettori potenzialmente esclusi da un referendum senza quorum, in cui ogni voto conta doppio. Non è un dettaglio procedurale: è una scelta politica. E la dice lunga su chi teme la partecipazione e chi no.
Il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo cadrà dunque in mezzo alla campagna referendaria. Meloni andrà a Bruxelles portandosi dietro una settimana di polemiche irrisolte — sull’Iran, sulle basi, sulla magistratura — e tornerà in un paese che tre giorni dopo sarà chiamato a esprimersi su una riforma costituzionale che lei ha voluto fortemente. Le due agende si sovrappongono. Non è detto che questa sovrapposizione le faccia bene.





