
Rassegna italiana, 16 marzo 2026
16 Marzo 2026di Pierluigi Piccini
Ieri sera, a Che tempo che fa, lo scrittore Paolo Giordano ha accennato a un’idea che merita attenzione: sotto molte delle guerre che vediamo oggi agisce una dimensione più profonda, che ha a che fare con la religione e con l’identità. Prendo questa osservazione come pretesto per una riflessione più ampia.
Per decenni l’Europa ha creduto di vivere in un mondo definitivamente secolarizzato. Le religioni sarebbero rimaste nella sfera privata, la politica sarebbe stata governata da interessi, istituzioni, trattati. Era il grande sogno illuministico: la ragione strumentale al posto degli dèi. Ma le grandi narrazioni secolarizzanti del Novecento hanno lasciato dei vuoti, e in quei vuoti è tornata a scorrere la domanda di senso, il bisogno di sapere chi si è e contro chi ci si difende.
I conflitti che segnano il nostro tempo lo mostrano con chiarezza. Israele e Palestina si contendono un territorio percepito come promessa divina: ogni concessione rischia di suonare come apostasia. La Russia di Putin presenta la guerra in Ucraina come difesa dell’ortodossia contro un Occidente spiritualmente nemico: patriarchi benedicono i soldati, la battaglia viene narrata come resistenza escatologica. La contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita riflette una frattura aperta nel settimo secolo, mai cicatrizzata, che alimenta conflitti per procura dal Libano allo Yemen.
Ma sarebbe un errore guardare soltanto fuori dall’Occidente. L’ascesa di Trump non si capisce senza fare i conti con l’evangelismo americano che lo sostiene: una teologia politica in cui Trump figura come strumento provvidenziale, un Ciro moderno scelto da Dio. In questo schema, la politica estera aggressiva e il sostegno incondizionato a Israele sono letti come adempimenti di un disegno escatologico. La fine dei tempi non viene temuta: viene attesa, persino accelerata.
In tutti questi casi la religione non è sempre la causa immediata della guerra. Ma ne diventa il linguaggio, e questo la rende impossibile da chiudere per via diplomatica. La diplomazia negozia interessi. La teologia lavora con l’indisponibile. Quando si combatte per difendere una verità, una memoria, un’idea di destino, non si può cedere senza perdere se stessi.
È questa la guerra sotto la guerra.
Eppure, nel mezzo di questo scenario, una voce si è levata in senso contrario — e viene, paradossalmente, proprio da Roma. Bergoglio, che ha scelto di presentarsi come “Vescovo di Roma” spogliando il papato di ogni residuo imperiale, ha fatto della pace il centro assoluto del suo magistero. Ha telefonato a Putin, mandato cardinali a Gaza, condannato ogni logica di guerra santa. In un panorama in cui le autorità religiose benedicono le armi dei propri stati, Francesco ha scelto il gesto opposto: togliere alla religione la funzione di giustificazione bellica per restituirle quella profetica.
Se questo appello troverà ascolto, non è dato sapere. La storia non è generosa con i profeti disarmati. Ma il fatto stesso che esista — che da Roma venga una voce che dice l’opposto di Mosca, di Washington evangelica, di Teheran — è già un dato politico. Forse l’unico che indica una via d’uscita.
Perché contro la guerra sotto la guerra, la diplomazia da sola non basta. Ci vuole qualcuno disposto a parlare la stessa lingua — quella del sacro, quella dell’assoluto — ma per dire una cosa radicalmente diversa.





