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17 Marzo 2026
Il mondo, oggi
17 Marzo 2026
Il ministro della Cultura non sarà presente all’apertura del padiglione Italia. Il ritorno di Mosca alla manifestazione oggi sul tavolo del governo
ROMA. Giovedì il ministro della Cultura Alessandro Giuli diserterà l’inaugurazione del padiglione Italia alla Biennale di Venezia. La decisione è sostanzialmente presa, manca solo l’ufficialità. Si consuma così il vero strappo tra il governo e l’istituzione culturale veneziana guidata da Pietrangelo Buttafuoco. Una lacerazione profonda che improvvisamente si apre tra i poli più importanti del mondo culturale della destra.
Le possibilità di un ripensamento di Giuli, ormai, sono quasi inesistenti. E d’altro canto non si vede proprio – ragionano negli ambienti vicini al ministro – come possa esserci un epilogo diverso da questo, dopo settimane di scontro tra l’esecutivo e la Biennale per la decisione di Buttafuoco di riaccogliere la Russia nel suo padiglione. Il problema per gli uomini di Giorgia Meloni è che a Venezia non ci saranno dei semplici artisti russi, slegati dal potere del Cremlino, ma arriverà un progetto artistico scelto dal regime e che rischia di trasformarsi in uno strumento di propaganda per Vladimir Putin. Il motivo dello scontro è tutto qui, nell’idea di Buttafuoco di voler creare un momento di “tregua” culturale che si scontra con i crudi fatti messi sul tavolo dal governo: Putin continua a bombardare l’Ucraina, tanto che sono ancora in vigore le sanzioni dell’Ue contro Mosca, e da 4 anni, poi, il fronte europeo utilizza l’isolamento della Russia come strumento di pressione nei confronti del Cremlino. Isolamento che questa Biennale, inevitabilmente, può incrinare.
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Non è un caso – fanno notare dentro Fratelli d’Italia – che sia proprio il leader della Lega Matteo Salvini il più forte sostenitore dell’iniziativa di Buttafuoco. Il resto del governo, invece, ha tentato in ogni modo di evitare che la 61esima edizione della Biennale si possa trasformare in un messaggio di accettazione del regime russo mentre prosegue la sua guerra d’aggressione contro Kiev. La Fondazione veneziana, come è giusto che sia, gode però di piena autonomia rispetto alla politica ed è intorno a questo principio inscalfibile che si è trincerato Buttafuoco.
L’ultima carta giocata da Giuli è stata la richiesta, fatta alla Biennale venerdì scorso, di inviare al ministero tutti i documenti, i carteggi, gli atti che riguardino l’accordo stretto con le autorità culturali di Mosca. Il materiale arriverà oggi a Roma e Giuli lo farà esaminare per trovare un cavillo che gli permetta di impugnare quegli atti di fronte a un giudice e sventare l’arrivo dei russi a Venezia.
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La speranza di poter scovare qualcosa di risolutivo in quei documenti, tuttavia, è piuttosto debole. E anche i canali comunicativi tra il ministro e il presidente della Fondazione si sono quasi azzerati in questi giorni. I due si stimano, si conoscono da anni, ma è una vicenda che ormai passa sopra il loro rapporto. Palazzo Chigi, per primo, ha cercato di far capire a Buttafuoco come la presenza della Russia a Venezia possa intaccare la linea di politica estera del Paese e l’immagine internazionale dell’Italia. Ma tutti, all’interno del partito di Meloni, sapevano che sarebbe stato impossibile fargli cambiare idea. Ormai, allargano le braccia: «Prendere le distanze da questa edizione della Biennale, per quanto doloroso, è l’unica strada».





