Filo diretto, in radio. La signora che chiama al termine della rassegna stampa è rispettosa ma anche un po’ arrabbiata. I ricordi giornalistici e televisivi del percorso politico di Umberto Bossi, della sua biografia, del suo carattere, le sembrano edulcorati rispetto alla realtà che ricorda lei. Le luci, dice, ce le stanno raccontando tutti, ma le ombre? Delle ombre possiamo parlare? Si vorrebbe rispondere: davanti alla morte non se ne parla mai, è la regola.
E tuttavia chissà se il Senatur avrebbe apprezzato il fiume di miele che sta rivestendo le sue provocazioni, le sue parolacce, le sue volgarità maschiliste, i suoi ragionamenti sulla sostituzione etnica meridionale («i neri non possono egemonizzarci, i meridionali sì perché hanno in mano lo Stato»), e tutto ciò che all’epoca lasciò una larga parte d’Italia sconcertata, interdetta, a bocca aperta.
Mai si era vista una proposta politica propagandata con gli sputi al Tricolore o con gli attacchi al Papa e ai «vescovoni arruolati nell’esercito di Franceschiello» (era Wojtyla). Mai si era sentito un leader di partito evocare l’insurrezione armata contro l’unità nazionale, invitare a tener caldi i fucili, dirsi pronto a imbracciare personalmente il mitragliatore «per portarne un po’ all’altro mondo».
Quella che oggi viene raccontata come ruvida franchezza, o addirittura come positiva “rupture” rispetto ai riti paludati della vecchia politica, costituì in realtà il debutto della tattica del capro espiatorio, poi largamente praticata da ogni parte politica: attribuire a specifici gruppi territoriali, etnici, religiosi, politici, alle donne, ai gay, agli immigrati, ai meridionali, a Roma, ai residui comunisti e fascisti, le responsabilità del declino italiano, oltre ogni ragionevolezza e controprova.
In questo Umberto Bossi è stato davvero precursore, nessuno lo aveva mai fatto prima di lui ma moltissimi lo hanno copiato dopo. Il Senatur fu il capo di una tribù, in lotta contro altre tribù grandi o piccolissime, potenti come senz’altro erano i palazzi romani o miserabili come i primi marocchini e pakistani nelle strade di Bergamo. Per la sua tribù trovò una terra promessa (la Padania), un dio (il Po), un rito (Pontida, l’ampolla), un progetto ma soprattutto una schiera infinita di nemici contro i quali eccitare il suo pubblico al parossismo.
Forse è questo il pezzo di racconto che è mancato nelle molte testimonianze sugli anni ruggenti del Senatur, che non furono fatti soltanto di frasi ma anche di proposte politiche laceranti, dalle ronde contro gli stranieri alla richiesta a medici e presidi di denunciare malati e ragazzini senza permesso di soggiorno. Gli portarono un enorme consenso.
Lo trasformarono in alleato imprescindibile di un centro e di una destra terrorizzati dall’idea di perdere le sue grasse percentuali al Nord. Lasciarono nella politica italiana una traccia che è rimasta negli anni, perché man mano che tramontavano il mito e il progetto della Padania, il dio Po, le ampolle, i nemici e i capri espiatori restavano e si moltiplicavano: l’Europa, le femministe, il woke. Immagino siano queste le ombre che l’ascoltatrice della radio aveva in mente, e quasi mi dispiace per lei perché so che sono ombre datate, da boomer, e forse se ne parla poco perché nessuno le riconosce più come tali. Anche l’antico tribalismo bossiano sembra acqua fresca rispetto al tribalismo imperiale dei nuovi signori della guerra, quelli che bombardano, schiavizzano, deportano, discriminano davvero.







