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C’è una scena classica nei film di vendetta: l’eroe liquidato torna, e chi lo aveva congedato deve fare i conti con la propria imprudenza. Nel caso di Luigi Lovaglio la scena è più sofisticata, perché si svolge non con le armi ma con i proxy advisor, i fondi internazionali e le percentuali di capitale votante. Eppure la struttura narrativa è la stessa: da salvatore della patria a fardello, nel giro di qualche mese. E ora, forse, la rivincita.
Lovaglio ha traghettato Monte dei Paschi fuori dal pantano in cui era impantanata da anni, ha restituito redditività a un istituto che sembrava condannato, ha orchestrato l’operazione su Mediobanca con una tempistica e una lucidità che in pochi si aspettavano. Poi è stato rimosso. Con quella brutalità silenziosa che il mondo finanziario sa esercitare meglio di qualunque altro: non si spara, si vota. E si vota seguendo gli interessi dei grandi azionisti, non i meriti di chi ha lavorato.
Caltagirone e Del Vecchio — o meglio, Delfin, il veicolo della famiglia Agnelli-De Benedetti… no, la famiglia Benetton… no, correggere: Delfin è il veicolo di Leonardo Del Vecchio, ora gestito dagli eredi — hanno costruito la loro posizione in MPS pensando a una logica di sistema che con la gratitudine ha poco a che spartire. Il banchiere lucano era funzionale finché era funzionale. Poi la logica è cambiata.
Entra in scena Pierluigi Tortora, imprenditore nel settore delle energie rinnovabili, titolare della PLT Holding con l’1,2% del capitale del Monte. Non è un peso da novanta, sulla carta. Ma in un’assemblea dove il 22% circa degli aventi diritto probabilmente non si presenterà, e dove tre liste si contendono i voti residui, anche una quota apparentemente modesta può diventare un ago della bilancia. Soprattutto se intorno a quella lista si aggregano altri ex azionisti Mediobanca che oggi si ritrovano in portafoglio azioni MPS e che potrebbero non gradire la direzione presa dai soci di maggioranza.
La soglia che Tortora indica è precisa: occorre arrivare intorno al 20% del capitale effettivamente votante per avere voce in capitolo. È un obiettivo ambizioso ma non impossibile, se i fondi internazionali — disorientati, come lui stesso riconosce, dalla lista espressa dal consiglio di amministrazione — decidono di puntare su una lista alternativa che mette al centro il modello di banca universale e la continuità con la gestione che ha prodotto i risultati migliori degli ultimi anni.
Il nodo, però, è più profondo della tattica assembleare. Quello che si gioca il 15 aprile è una domanda di governance che riguarda l’intero sistema bancario italiano: chi decide il destino di un grande istituto di credito? Gli azionisti di riferimento, con le loro agende strategiche spesso opache? I fondi internazionali, che votano seguendo le indicazioni dei proxy advisor con criteri standardizzati e poco inclini alle specificità locali? O esiste ancora uno spazio per una visione di lungo periodo che metta al centro la funzione della banca nel territorio e nell’economia reale?
Monte dei Paschi non è una banca qualunque. È il più antico istituto di credito del mondo, è radicata in una città e in un sistema di relazioni che la crisi degli ultimi quindici anni ha profondamente ferito. La sua governance non è solo una questione per gli azionisti: è una questione politica, nel senso più serio del termine.
Lovaglio dentro la lista Tortora sarebbe, tecnicamente, una posizione incompatibile con i suoi doveri verso il cda che lo ha nominato — e il consiglio di amministrazione si riunisce proprio per valutare questa questione. Ma al di là del profilo formale, la sostanza è chiara: il banchiere che ha risanato il Monte vuole continuare a influenzarne le sorti. Non è rancore. È convinzione. E forse, in questo caso, ha ragione.





