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Carlo Petrini è morto il 22 maggio 2026. Era il fondatore di Slow Food, l’uomo che aveva trasformato un atto apparentemente privato — mangiare — in un gesto politico. “Il mangiare è politica, economia e memoria”, diceva. E lo diceva sul serio, con la concretezza guascone di chi veniva da Bra, non da un dipartimento universitario.
Aveva capito una cosa che sembra ovvia e non lo è: che il cibo di qualità rischia di diventare un consumo di nicchia. “Buono, pulito e giusto” era il suo manifesto, e quel “giusto” non era un ornamento retorico — era la parola più difficile, quella che implicava accessibilità, dignità del lavoro, distribuzione del valore lungo tutta la filiera. Non solo eccellenza, ma equità. Non solo il prodotto, ma le persone che lo producono e il luogo in cui vivono.
Sul tema dei borghi e delle aree interne aveva detto cose che restano brucianti. “I borghi senza agricoltura rischiano di diventare luoghi non autentici: scenografie vuote, bellissime a vedersi ma da fruire soltanto in maniera ludica e ricreativa, territori a cui manca l’identità perché non ci sono comunità legate alla produzione alimentare.” Non era nostalgia. Era diagnosi. La diagnosi di chi aveva capito che il marchio e il territorio non coincidono automaticamente — che anzi, quando il marchio cresce troppo in fretta e troppo in alto, il territorio rischia di restare indietro, svuotandosi di chi lo abita mentre si riempie di chi lo visita.
Aveva anche capito che la tutela delle denominazioni non è neutra. Sul Prosecco, quando le colline vennero riconosciute patrimonio UNESCO, non si unì al coro celebrativo: chiese una riduzione drastica dei trattamenti chimici, denunciò la monocoltura esasperata che il successo commerciale aveva prodotto. Il marchio aveva vinto. Il territorio aveva perso. Era il paradosso strutturale che nessuna retorica del radicamento riesce a nascondere del tutto: più una denominazione vale sui mercati internazionali, più il controllo della filiera tende a spostarsi verso chi ha i capitali per distribuirla. Il Consorzio gestisce il marchio. La rendita va altrove.
La sua scommessa più originale erano i Presìdi Slow Food: certificazioni comunitarie, non governative, costruite attorno alle comunità produttive e non ai volumi di mercato. Un tentativo di rispondere alla domanda che il sistema delle DOP istituzionali lascia sistematicamente senza risposta: il valore generato da un territorio rimane a chi quel territorio lo abita, lo lavora, lo custodisce? O migra verso chi lo possiede?
Petrini diceva che la tutela del patrimonio enogastronomico e la tutela delle aree interne sono la stessa battaglia. Che i borghi sono “presidi di vita quotidiana che possono generare non solo economia ma una diversa filosofia di vita.” Che chi dice il contrario e chiama questa battaglia nostalgica si sbaglia: “questa è la vera modernità.”
La differenza tra Petrini e molto del sistema che gli ha fatto corona sta esattamente qui. Petrini usava il cibo per fare una critica al capitalismo. Il sistema usa il cibo per celebrare se stesso. Petrini chiedeva che la qualità fosse accessibile, che la filiera fosse giusta, che il valore restasse dove veniva prodotto. Non come slogan: come misura concreta del successo di un modello.
Il cibo è politica, diceva. Il territorio è una promessa che si fa alle persone che ci vivono, non alle etichette che ci si producono.
Quella promessa — in troppi borghi italiani, in troppe denominazioni di successo — non è stata mantenuta. Petrini lo sapeva. Lo diceva. E forse è questo, alla fine, il lascito più scomodo e più necessario del suo pensiero: che un vino grande non basta a fare un territorio vivo. Che la vera misura di un modello non è la quotazione all’asta, ma la presenza di una scuola, di una bottega, di una comunità che non se ne va.





