
La torre e le visioni
23 Marzo 2026
C’è un nome che in queste ore risuona come un verdetto: Hormuz. Ventisei chilometri di acqua tra la penisola arabica e le coste iraniane, attraverso cui scorre quasi un quinto del petrolio mondiale. Donald Trump ha lanciato un ultimatum di quarantotto ore. L’Iran ha risposto minacciando di chiudere lo stretto “completamente” e di colpire i siti energetici della regione. Il maggiore generale Ali Abdollahi ha annunciato che la dottrina militare iraniana è passata da difensiva a offensiva. Non è una dichiarazione di circostanza: è la formalizzazione di una soglia attraversata.
Mentre scriviamo, i mercati finanziari globali stanno registrando perdite pesanti. Le borse asiatiche sono crollate. Il Financial Times titola su azioni in caduta libera mentre Trump e Teheran si minacciano di ritorsione reciproca. La BBC avverte che nessun paese è “immune” da quella che potrebbe diventare la peggiore crisi energetica degli ultimi decenni. Il centro britannico UKMTO ha classificato le acque del Golfo Arabico, dello Stretto di Hormuz e del Golfo di Oman con il livello di minaccia massimo: “critico”.
Nel frattempo il conflitto si allarga. I missili iraniani hanno ferito circa duecento persone nel sud di Israele, colpendo Arad e Dimona — città che si trovano nelle vicinanze di una struttura nucleare israeliana. I sistemi di difesa aerea non sono riusciti a intercettarli tutti. Israele ha risposto con attacchi notturni su Teheran e ha annunciato l’espansione delle operazioni terrestri e aeree in Libano. Il ponte di Qasmiyé, infrastruttura vitale che collega Tiro a Sidone e al resto del paese, è stato bombardato due volte domenica. Il presidente libanese Aoun parla di “preludio a un’invasione di terra”. Il governo israeliano avrebbe ordinato la distruzione dei villaggi di confine libanesi, seguendo — si dice esplicitamente — “il modello di Gaza”. In Cisgiordania, coloni estremisti hanno dato fuoco a case, veicoli e campi agricoli.
Keir Starmer e Trump discutono della necessità di riaprire Hormuz. Gli Stati Uniti starebbero pianificando un’operazione di settimane per farlo. Il linguaggio diplomatico e quello militare si sovrappongono in modo inquietante, come accade quando nessuno dei due riesce a fermare l’altro.
In questo scenario si inserisce, quasi come una nota stonata di normalità, la notizia dalla Slovenia: i liberali al governo hanno sconfitto i populisti in un’elezione al fotofinish, segnata da accuse di interferenze e spionaggio. In Francia, le municipali disegnano i rapporti di forza in vista delle presidenziali del 2027. Il mondo democratico prova a fare i conti con sé stesso, mentre altrove i conti si regolano con i missili.
Hormuz non è solo uno stretto geografico. È il collo di bottiglia della modernità petrolifera, il punto dove la logica della deterrenza si misura con quella della sopravvivenza economica globale. Se dovesse chiudersi — anche solo per giorni — il prezzo del petrolio impazzirebbe, le catene di approvvigionamento si spezzerebbero, e la recessione non sarebbe più uno scenario ma una certezza. Tutti lo sanno, a Washington come a Teheran. Il problema è che a volte le crisi non si fermano perché entrambe le parti conoscono il precipizio: si fermano soltanto se nessuna delle due vuole davvero cadere.
Per ora, non è ancora chiaro se sia così.





