
Il numero sul cellulare e i fazzolettini nel cestino
24 Marzo 2026
di Pierluigi Piccini
Avevo preso la tessera del PCI da due anni. Ero a Roma, frequentavo l’università, e come tanti altri militanti avevo fatto la mia parte durante la campagna per il referendum sul divorzio. L’Italia stava votando su qualcosa che sembrava, e in parte era, un voto sull’Italia stessa. Non ricordo tutto di quei mesi, ma ricordo bene quella sera.
Eravamo in molti davanti alla sede, in via delle Botteghe Oscure. La vittoria era arrivata, i numeri erano chiari, e noi eravamo lì a goderla insieme. Non c’era niente di artificioso in quella soddisfazione collettiva. Era vera, guadagnata, condivisa con persone che avevano lavorato per lo stesso risultato.
A un certo punto Berlinguer apparve al balcone insieme a buona parte del gruppo dirigente. Disse alcune parole che mi sono rimaste impresse nel modo in cui restano le cose dette nel momento giusto, con il tono giusto.
Parlò della soddisfazione per il risultato, di aver contribuito all’ammodernamento del Paese, di essere stati dalla parte giusta della storia. Fin qui, tutto quello che ci si aspettava. Poi aggiunse: e ora andiamo a casa, ci aspetta un lavoro duro da domani mattina. E poi, quasi in chiusura, quasi sottovoce: ricordatevi, l’Italia è un unico Paese.
Quella frase finale non era retorica. Detto quella sera, da quel balcone, dopo quella vittoria, significava qualcosa di preciso: chi ha votato no è ancora qui. È ancora italiano. Non lo abbiamo sconfitto, abbiamo vinto un referendum. La differenza conta.
C’era in Berlinguer una concezione quasi ascetica della politica. La soddisfazione era legittima, ma aveva una durata. La responsabilità ricominciava il mattino dopo.
Prendemmo la nostra gioia e andammo a casa.
Non so quanti di noi, quella sera, capirono fino in fondo quello che aveva detto. Io l’ho capito dopo, lentamente, nel tempo. Come spesso accade con le cose vere.
Da quella sera ho cercato di fare politica in quel modo, anche quando ha preso strade che non avevo previsto. Schivo per carattere, istituzionale per convinzione, con l’idea fissa che chi ha responsabilità pubbliche lavori per tutti: anche per chi non ti ha votato, anche per chi ti avversa. Soprattutto per loro, forse. È proprio lì che la politica smette di essere gestione del consenso e diventa qualcos’altro. Qualcosa di più faticoso, e di più esposto.
Nel frattempo qualcosa si è rotto. Gli avversari sono diventati nemici. Non è una figura retorica: è una descrizione di come è cambiato il clima. Dove prima c’era conflitto politico, oggi c’è ostilità personale, rancore, volontà di esclusione.
Lavorare anche per chi ti considera un nemico è diventato incomprensibile agli occhi degli altri. C’è chi lo legge come debolezza, chi come ipocrisia. Non ho trovato un motivo valido per smettere di farlo. Quella sera, davanti a quel balcone, ho capito che la vittoria non autorizza a trattare l’altro come un residuo. E che chi governa per i soli suoi è già fuori dalla politica.



