
La rassegna italiana di oggi 31 marzo 2026
30 Marzo 2026
Il campo largo e le sue sabbie mobili. Anatomia di un’opposizione che vince ma non sa ancora cosa fare della vittoria
31 Marzo 2026
di Alfredo Herbin
Ci sono momenti nella vita politica di un paese in cui la superficie regge ancora, ma il sottosuolo cede. L’Italia di fine marzo 2026 è esattamente in quel punto di frattura: sopra, la narrazione della stabilità; sotto, la crepa che avanza. Il referendum sulla separazione delle carriere in magistratura, votato il 22 e 23 marzo, doveva essere il sigillo di una stagione. È diventato, invece, il suo epitaffio provvisorio.
Il No ha vinto con oltre il 53 per cento. Il quadro politico appare meno influenzato dagli umori dell’elettorato di quanto qualcuno aveva immaginato, almeno nei numeri grezzi. Fratelli d’Italia arretra di poco più di un punto, mentre Forza Italia cresce in misura pressoché analoga; nel complesso, gli equilibri interni al centrodestra restano invariati. LO_SPECIALE Ma questa fotografia rischia di ingannare. I sondaggi misurano inerzie, non direzioni. E la direzione, adesso, è cambiata.
Il sorpasso
Per la prima volta dal 2022, il centrosinistra ha superato il centrodestra nei sondaggi. Pd, M5S, Avs, +Europa, Azione e Italia Viva messi assieme raggiungerebbero il 48,4%, contro il 44,6% della coalizione formata da FdI, FI, Lega, Noi Moderati. Il centrosinistra sarebbe quindi in vantaggio di 3,8 punti secondo la rilevazione di Youtrend. L\’Adige di Verona Un’inversione che non è solo l’effetto meccanico del referendum. È il segnale di qualcosa di più strutturale: il referendum c’entra solo in parte. O forse ha fatto solo da catalizzatore. L\’Adige di Verona
Perché Meloni perde punti? La risposta più onesta è che il centrodestra ha cumulato negli anni un deficit di credibilità che la forza personale della premier aveva mascherato. La guerra in Medio Oriente, l’ambiguità sull’Ucraina, il discomfort degli elettori moderati di fronte a un governo che proponeva una riforma garantista ma era abitato da una cultura giustizialista: tutto questo ha trovato nel referendum il momento della verità. A disagio nel difendere una riforma garantista, i Fratelli d’Italia si sono riconfermati giustizialisti anche con i loro, ma stavolta solo per puro calcolo elettorale. Unita
Santanchè, il sacrificio e la lettera avvelenata
La sconfitta referendaria ha scatenato una reazione a catena. Come e quanto male abbia reagito Daniela Santanché quando la premier le ha ordinato di fare le valige è universalmente noto. La ex ministra del Turismo ha lasciato con la lettera di dimissioni più avvelenata e venefica che la politica italiana ricordi. Unita Un gesto che racconta molto: l’incapacità di Meloni di fare il repulisti a tempo debito, la sua tendenza a proteggere i propri finché la pressione esterna non diventa insostenibile, il modo in cui il calcolo di breve termine ha dominato anche le scelte di personale.
La scelta drastica è di certo immotivata nel tempismo. Il benservito a tempo debito, cioè un paio d’anni fa, sarebbe stato comprensibile. Il Sole 24 ORE Ma questa è la grammatica del potere personalizzato: si protegge finché si può, si sacrifica quando non si può fare altrimenti. Il problema è che ogni sacrificio tardivo logora più del necessario, sia chi va sia chi resta.
La prima opzione sul tavolo è quella di una sostituzione secca, limitata al solo dicastero del Turismo. In questo scenario, la scelta potrebbe ricadere su un profilo tecnico o comunque vicino all’area di Fratelli d’Italia, garantendo continuità senza aprire nuovi fronti di trattativa. The Social Post Ma tornerebbe d’attualità anche la questione del Viminale, da sempre considerato un obiettivo strategico per Matteo Salvini. Un eventuale rimpasto più ampio potrebbe trasformarsi in un terreno di confronto serrato tra gli alleati. The Social Post
Forza Italia e la regia di Arcore
La vera sorpresa di queste settimane porta il nome di Marina Berlusconi. La resa dei conti post-referendum ha fatto saltare i pezzi in Forza Italia. Marina Berlusconi, primogenita del Cavaliere, ha chiesto e ottenuto il passo indietro di Maurizio Gasparri, sfiduciato con una lettera con 14 firme su 20 senatori in cui venivano chieste le dimissioni del capogruppo al Senato. Editoriale Domani Al suo posto, Stefania Craxi.
È una mossa che dice molto sulla traiettoria di Forza Italia. Marina Berlusconi è emersa come vera “regista” politica, spingendo Forza Italia verso un centro liberale meno schiacciato sulle posizioni di Fratelli d’Italia. La Notizia Il partito azzurro cerca di ritagliarsi uno spazio autonomo, di capitalizzare il malcontento dei garantisti e dei moderati che il referendum ha reso visibile. Non è ancora una rottura, ma è già qualcosa di più di una semplice fibrillazione.
Dopo Gasparri potrebbe saltare anche Barelli, vicinissimo al vicepremier Tajani. Editoriale Domani Il segnale è che nessuna posizione acquisita è più al sicuro, e che la contesa interna a FI tra la linea Tajani e la linea Arcore non è destinata a risolversi in fretta.
La Lega e il doppio lutto
La Lega attraversa il momento più difficile. Il lutto per la morte di Umberto Bossi, il fondatore, si sovrappone a una crisi d’identità profonda. La Lega, ancora segnata dal lutto, vede Luca Zaia consolidare la sua leadership. Editoriale Domani I governatori del Nord, Zaia e Fedriga, premono per un ritorno alla vocazione autonomista, mentre Salvini resta appeso tra il riposizionamento e la sopravvivenza. E la nascita di Futuro Nazionale guidata da Roberto Vannacci genera spostamenti negli orientamenti di voto, con effetti che si avvertono principalmente nell’area di centrodestra. La Lega registra un calo dell’1,9%, attestandosi al 6,1%, seguita da Fratelli d’Italia che subisce una flessione dell’1,4% portandosi al 28%. Ipsos
Vannacci è il parassita e il sintomo insieme. Raccoglie il voto più radicale, quello che la Lega ha perso per strada quando ha scelto di governare invece di protestare. Se alleato con il centrodestra, Futuro Nazionale contribuirebbe a garantirgli la maggioranza parlamentare; in caso contrario, potrebbe favorire il successo del campo largo. LO_SPECIALE Un paradosso che sintetizza bene la fragilità sistemica della coalizione: ha bisogno di chi la erode per sopravvivere.
La legge elettorale come ultima carta
Resta una sola arma nelle mani dell’Esecutivo: la legge elettorale. È quella su cui scommette FdI, che ha voluto subito calendarizzarla per il 31 marzo in commissione Affari costituzionali. Ma Forza Italia ha messo le mani avanti: “Si deve fare trovando un accordo con le opposizioni”. E dalla Lega già frenano, con la richiesta di lasciar perdere l’addio ai collegi uninominali. Il Sole 24 ORE
Qui si annida il vero nodo del prossimo anno. Il proporzionale con premio di maggioranza che FdI sogna è un abito su misura per chi parte avanti, ma con un campo largo galvanizzato dalla vittoria referendaria quella misura è cambiata. Se prima la legge doveva aiutare il centrodestra a blindarsi, in nome della stabilità, adesso potrebbe essere dirimente per aiutarlo a vincere. Sicuramente un tagliando allo schema immaginato prima del referendum andrà fatto, se non altro per rifare i conti – numeri alla mano. Il Sole 24 ORE
Meloni e il problema della narrazione
In tutto questo, Giorgia Meloni rimane il perno. Nessuno a destra ha la stessa statura, la stessa riconoscibilità, la stessa capacità di tenere insieme una coalizione strutturalmente centrifuga. Le analisi ai piani alti del governo parlano di un milione di voti da recuperare, con la convinzione che la vittoria del No sia stata trascinata più dai timori legati alla guerra che dalla campagna delle forze di sinistra. ANSA È una lettura che ha una sua plausibilità, ma rischia di diventare alibi.
Il Financial Times suona la sveglia: “Il netto rifiuto da parte degli elettori italiani delle sue riforme giudiziarie rappresenta la battuta d’arresto più grave per la premier da quando è salita al potere tre anni e mezzo fa.” Alle modifiche costituzionali vanno anteposte le riforme economiche. Il Sole 24 ORE È un consiglio che suona sensato, ma che presuppone una capacità di autocritica che la cultura politica del centrodestra italiano non ha mai molto incoraggiato.
Il voto anticipato non è più un tabù, ma è comunque un tema maneggiato con attenzione chirurgica fra i meloniani: dopo avere insistito in questi anni sull’importanza della stabilità, la prospettiva di elezioni prima della scadenza della legislatura complicherebbe la narrativa. ANSA
Conclusione provvisoria
Siamo davanti a una maggioranza che regge ma non convince più, a una premier che governa ma non incanta più, a un centrodestra che vince ancora nei numeri assoluti ma ha perso il vento in poppa. Il campo largo dell’opposizione è tutt’altro che una macchina perfetta — Schlein e Conte convivono più che convergono, e i centristi di Renzi e Calenda giocano ancora la carta dell’indispensabilità. Ma la destra governante ha esaurito il capitale della novità, e adesso deve fare i conti con la realtà nuda e cruda di un paese che l’ha sostenuta per tre anni e ora le chiede qualcosa di più della stabilità: le chiede risultati.
La storia politica italiana insegna che i cicli si chiudono più in fretta di quanto sembrino. Questo governo ha ancora un anno e mezzo di mandato, forse più se Meloni scioglie anticipatamente le camere. Ma la fase eroica è finita. Comincia quella, molto più dura, della gestione della decadenza o del rilancio. E le due cose, nella politica italiana, spesso si assomigliano pericolosamente.





