
La destra che si sgretola. Anatomia di una crisi annunciata
31 Marzo 2026
Il mondo che brucia. Geopolitica di una crisi sistemica
31 Marzo 2026Il campo largo e le sue sabbie mobili. Anatomia di un’opposizione che vince ma non sa ancora cosa fare della vittoria
di Alfredo Herbin
C’è un paradosso al cuore del centrosinistra italiano in questo fine marzo 2026: ha appena vinto la sua più grande battaglia degli ultimi anni e già si trova ad litigare su chi abbia il diritto di intestarsela. La vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere in magistratura — oltre il 53 per cento con un’affluenza quasi al 59 — avrebbe dovuto essere il momento della convergenza, il punto in cui la coalizione progressista impara finalmente a stare insieme. È diventato, invece, il detonatore di una nuova guerra di posizione interna. Si ricomincia da capo. Come sempre.
Il sorpasso e il suo peso
I numeri, per una volta, sorridono all’opposizione. Nella Supermedia di Youtrend pubblicata il 26 marzo emerge il sorpasso in termini aggregati del cosiddetto campo largo rispetto al centrodestra. Rispetto alle tre settimane precedenti, il campo largo composto da Pd, M5S, Avs, Italia Viva e +Europa passa al 45,4 per cento delle preferenze, guadagnando lo 0,9%. Today Per la prima volta dal 2022, la somma delle opposizioni supera quella della coalizione di governo. Sono numeri aggregati, incerti, figli di un momento emotivo. Ma sono numeri.
Il problema è che dentro quei numeri si nasconde già la prossima crisi. In crescita sia il Partito Democratico che il Movimento 5 Stelle, ma con un balzo maggiore dei pentastellati: +0,2% del partito guidato da Elly Schlein contro il +0,8 di quello di Giuseppe Conte. Today Il referendum ha dato benzina a tutti, ma non in egual misura. Conte corre più forte. E questo cambia tutto.
La mossa di Conte e l’imbarazzo del Pd
Dopo la vittoria del No al referendum giustizia, Giuseppe Conte va subito in pressing sul Pd proponendo primarie di coalizione “aperte a tutti i cittadini”, con l’obiettivo di rafforzare la partecipazione e legittimare la leadership del campo largo in vista delle prossime elezioni politiche. IlSussidiario TV È una mossa politicamente intelligente e non casuale. Aperta a tutti significa aperta ai non iscritti. Aperta ai non iscritti significa terreno favorevole a chi ha ancora un radicamento popolare trasversale, un volto riconoscibile, una storia da Palazzo Chigi. Significa Conte.
La segretaria dem Elly Schlein non chiude, ma conserva una posizione prudente: si dice disponibile, pur sottolineando che modalità e tempi andranno concordati con tutte le forze progressiste, per scongiurare fratture interne. IlSussidiario TV È il linguaggio dell’imbarazzo mascherato da prudenza. Al Nazareno sanno benissimo cosa dicono i sondaggi, e i sondaggi dicono una cosa scomoda: Conte raccoglierebbe il 43% delle preferenze tra gli elettori del campo largo, contro il 37% di Schlein e il 12% di Bonelli. Alessandria Today
Il nodo cruciale riguarda l’apertura delle primarie a tutto l’elettorato del centrosinistra e non solamente agli iscritti dei singoli partiti — una condizione posta da Conte insieme alla volontà di aprire anche al voto online. Elementi che preoccupano il Pd. Il leader dei 5 Stelle può contare su un buon gradimento, ancora alto, soprattutto grazie al suo ruolo da presidente del Consiglio anche nel difficile periodo del Covid. LA NOTIZIA
Così il Pd frena. Lo fa chiedendo di pensare prima al programma e sostenendo che le primarie non sono la priorità assoluta adesso. Il timore di una sconfitta di Schlein è evidente e sarebbe difficile da digerire per un partito che in tutti i sondaggi ha almeno 7-8 punti percentuali di vantaggio sui 5 Stelle. LA NOTIZIA Il paradosso, dunque, è perfetto: il partito più grande della coalizione non vuole le primarie perché rischia di perderle contro un alleato più piccolo. È la geometria impossibile del campo largo.
Il problema Schlein
Bisogna essere onesti. Elly Schlein ha fatto cose importanti: ha restituito al Pd un’identità a sinistra dopo anni di deriva centrista, ha retto l’urto di elezioni difficili, ha saputo costruire un fronte ampio contro la riforma della giustizia. Ma la leadership di una coalizione è altra cosa rispetto alla segreteria di partito. E qui emergono i limiti.
La frammentazione delle preferenze, con Schlein al 32%, Conte al 27% e Salis al 18% tra gli elettori di centrosinistra, rende evidente come una eventuale competizione interna sarebbe tutt’altro che scontata negli esiti e aperta a sorprese fino all’ultimo. Newsroom Italia Quello che è ancora più rivelatore è un altro dato: il 58% degli intervistati non ha saputo o voluto indicare alcun candidato preferito per la guida del campo largo, un dato che la dice lunga sull’assenza di figure autenticamente carismatiche e sul livello di sfiducia che attraversa trasversalmente l’elettorato. Newsroom Italia
Il centrosinistra, insomma, ha vinto il referendum ma non ha ancora un volto che incarni l’alternativa di governo. L’opposizione funziona come blocco d’arresto — ha fermato la riforma Nordio, può fermare altre cose — ma non funziona ancora come proposta. E le elezioni politiche, quando arriveranno, si vincono con una proposta, non con un veto.
Per la segretaria Dem, apprende L’Espresso, il soccorso è stato rintracciato in due direzioni: una punta verso la Cgil, tutt’oggi in grado di muovere i suoi iscritti verso un’urna; l’altro canale è quello di un accordo con Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, per una desistenza di Alleanza Verdi Sinistra, da contraccambiare successivamente. L’Espresso È la politica degli argini, non della costruzione. Si tratta di resistere alle primarie, non di vincerle.
Il problema Conte
Speculare e opposto. Conte ha tutto quello che sembra mancare a Schlein — popolarità personale, memoria di governo, appeal trasversale — ma porta con sé un ingombro che la storia non dimentica: è stato presidente del Consiglio due volte, con programmi opposti, sostenuto da maggioranze opposte. Ha governato con la Lega di Salvini e poi con il Pd di Letta. Ha fatto cadere Draghi. È un politico di straordinaria duttilità tattica, ma questa duttilità è anche la sua fragilità. Carlo Calenda ha scritto: “Sei inadatto a ridiventare presidente del Consiglio”, aprendo un nuovo fronte polemico. Baritalia News È una stilettata, ma tocca un nervo scoperto.
Il M5S cresce, Conte cresce, ma il Movimento è ancora un soggetto difficile da collocare in modo stabile. Oscillante tra il massimalismo di piazza e la ragione di governo, tra il populismo delle origini e la responsabilità istituzionale, vive di leader più che di cultura politica organizzata. Cosa succede al M5S il giorno in cui Conte non c’è? La domanda rimane senza risposta convincente.
Bindi e la terza figura: il fantasma di una soluzione
Rosy Bindi, ex ministra e presidente del comitato per il No alla riforma Nordio, ha lanciato l’idea di una figura terza capace di mettere insieme Schlein e Conte, descritti come due leader che al momento non riescono nemmeno a sedersi a un tavolo comune. La proposta ha aperto un nuovo fronte di scontro. Newsroom Italia Nei circoli dem l’ipotesi è stata accolta come una provocazione: “La vecchia guardia si agita, ma noi non abbiamo costruito tutto questo per lasciarlo a mister X.” La carta di Bindi, dunque, per ora resterà coperta. Ma il fatto stesso che sia stata giocata racconta l’ansia di un campo che sa di poter vincere e teme di farselo scappare per incapacità di accordarsi.
È l’eterno ritorno del centrosinistra italiano: l’unità come problema irrisolto. Da Ulivo a Unione, da Unione al Pd, dal Pd al campo largo. Ogni volta si inventa una formula, ogni volta la formula si inceppa sul nodo della leadership. Il costituzionalista Stefano Ceccanti pone un nodo politico preciso: “Come fai a partire dalle primarie senza che sulla politica estera ci sia certa chiarezza? Un requisito delle primarie è che ci sia omogeneità nella coalizione.” Un requisito che, allo stato attuale, appare lontano. Baritalia News
La politica estera è, in effetti, il convitato di pietra. La guerra in Medio Oriente divide l’area progressista in modo netto. Schlein tende a posizioni più nette sul cessate il fuoco, Conte gioca su più tavoli, i centristi di Renzi e Calenda seguono logiche ancora diverse. Su Ucraina e Nato il campo largo ha posizioni difficilmente armonizzabili. E un’alleanza che non ha una linea comune su pace e guerra è un’alleanza che può vincere un referendum ma non può governare.
Renzi, Calenda e il perenne ago della bilancia
Italia Viva e PiùEuropa non vanno rispettivamente oltre il 2,6% e il 2% nei consensi elettorali. Il Sussidiario Sono percentuali da soglia di sbarramento, numeri che in un sistema proporzionale pesano poco, ma che in una coalizione stretta pesano tantissimo. Renzi e Calenda giocano entrambi la carta dell’indispensabilità: piccoli abbastanza da poter ricattare, grandi abbastanza da non essere ignorati. La storia recente dimostra che questa posizione produce instabilità più che governance. Ma la politica italiana ha una capacità pressoché infinita di ripetere i propri errori.
Conclusione provvisoria
Il centrosinistra ha vinto il referendum ma non ha ancora vinto la sua sfida più difficile, che è quella con se stesso. Ha dimostrato di saper dire No. Deve ancora dimostrare di saper dire Sì — a un programma condiviso, a un leader condiviso, a una visione del paese che tenga insieme le anime diverse di una coalizione strutturalmente eterogenea.
Il tempo non manca del tutto: le elezioni politiche sono fissate per il 2027, e un anno e mezzo in politica è un’eternità. Ma la storia del centrosinistra italiano è piena di opportunità bruciate, di momenti in cui il vantaggio si è trasformato in sconfitta per l’incapacità di scegliere. La vittoria referendaria ha aperto una finestra. Resta da vedere se la coalizione progressista sarà capace di attraversarla, o se si limiterà, come tante volte in passato, ad ammirarla dall’esterno mentre discute a chi spetti aprirla.





