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«Posso dire che è del tutto inconsueto nel nostro ambiente incontrare un uomo del livello umano e spirituale del dottor Cuccia». Fu con queste parole che, nel corso di un incontro di routine con gli analisti finanziari, Giovanni Bazoli, allora presidente di Banca Intesa, rese pubblica la consuetudine e la stima instauratasi con Enrico Cuccia a partire dagli ultimi mesi del 1994, ovvero dopo la fallita offerta pubblica di scambio promossa dalla Banca Commerciale sul capitale del Banco Ambroveneto.
L’opinione pubblica rimase sorpresa da tale attestazione che veniva resa all’uomo di Via Filodrammatici, nel momento della difficoltà dal suo antico avversario. Si era infatti all’indomani del lancio delle due offerte pubbliche di acquisto promosse da Unicredito e Sanpaolo Imi rispettivamente sul capitale della Banca Commerciale Italiana e della Banca di Roma, entrambe allora ancora sotto l’area di influenza di Mediobanca. Tali offerte furono lanciate domenica 21 marzo 1999. La dichiarazione di Bazoli che era stata spontanea e non programmata venne subito interpretata come un messaggio rivolto a Mediobanca e, nello specifico, come un segno di attenzione per il futuro della Banca Commerciale Italiana. Cuccia aveva riconosciuto nel professore bresciano quelle caratteristiche che ne potevano fare, se non il suo potenziale erede, un alleato sicuro e affidabile e decise di affidargli il futuro della Banca Commerciale da cui nacque Intesa BCI. A partire pertanto dall’aggettivo “spirituale” non a caso usato da Bazoli, non sorprende leggere, come riporta Giorgio La Malfa nella monografia Cuccia e il segreto di Mediobanca
(Feltrinelli, pagine 336, euro 22,00), che lo stesso Cuccia abbia condiviso alcune riflessioni su temi di carattere spirituale e di fede sia con Francesco Cossiga, sia con Carlo Azeglio Ciampi. In una lettera del 5 dicembre 1991 Cuccia ringrazia Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia « per avermi inviato il testo della lezione di Amartya Sen sul tema “Denaro e Valore: Etica ed Economia della Finanza”». A proposito della lezione di Amartya Sen, tuttavia, Cuccia eccepisce che non gli sembra corretta l’interpretazione di Sen secondo la quale Gesù avrebbe scacciato i banchieri dal tempio, bensì i cambiavalute. A questo proposito Cuccia eccepisce come « quanto ai prestatori di denaro ad interesse (ovvero i banchieri N.d.A.) non mi sembra che il Vangelo ne abbia una cattiva opinione, se pensiamo che nella parabola dei talenti al servo che aveva custodito infruttifero il talento affidatogli il padrone dice: “avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con interesse” (Matteo 25,27)». A questo proposito Cuccia conclude: « Non credo proprio che si possa dire che i banchieri abbiano una “cattiva stampa” nel Vangelo».
Nella sua risposta datata 18 dicembre 1991 Ciampi concorda e, facendo valere la sua grande cultura classica, ricorda come in latino i banchieri sono “argentarii”, anche se fa notare che Gesù «li ha cacciati dal tempio, non dalla comunità civile». Sia Ciampi, sia Cuccia colgono nel segno come il padrone non consigli al terzo servo un investimento rischioso, dal momento che probabilmente conosce le modeste capacità dello stesso a cui ha affidato un solo talento, somma peraltro rilevante. Gli consiglia, tuttavia, di effettuare un deposito remunerato con un tasso di interesse d’equilibrio presso un banchiere. Questa prospettiva sottende, implicitamente, l’idea che qualunque azione, anche poco rischiosa, diversa dal nascondere il bene ricevuto, porti con sé un rendimento positivo a favore non solo di sé stesso, ma della comunità. A parere di chi scrive quanto sopra ricordato può essere ascritto come la grande eredità, soprattutto a livello corporate, di Mediobanca, almeno fino alla morte di Enrico Cuccia, avvenuta il 23 giugno 2000. Attraverso le tre banche di interesse nazionale Mediobanca ha saputo mobilitare una parte delle risorse disponibili nel nostro Paese ed indirizzarle, nel contesto normativo della Legge Bancaria del 1936, di cui Raffaele Mattioli fu il grande suggeritore, verso impieghi produttivi di carattere industriale e non finanziario. Ha certamente prediletto la grande impresa quotata, ma non ha ignorato la media e grande impresa non quotata. Lo ha fatto con diversi gradi di intermediazione prediligendo senza dubbio la stabilità rispetto all’efficienza, ma promuovendo certamente la crescita.
Del resto, Raffaele Mattioli che di Cuccia fu il maestro ripeteva spesso che «i banchieri non sono dei tagliacedole», ovvero che devono sapere riconoscere, valutare il rischio, ma poi devono anche, magari in modo minimo, assumerlo. È lecito domandarsi se questa eredità sia ancora presente sul mercato del credito in Italia. Io ritengo di sì, ogni volta che la gestione del credito rappresenti un elemento di crescita economica, sociale e culturale e anche “spirituale” della nazione e formulo i miei migliori auspici al gruppo nel contesto del quale Mediobanca si colloca ora al traguardo degli 80 anni che taglierà domani, dopo l’offerta pubblica di scambio dello scorso anno.





