
Il pretesto
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Una non vale l’altra
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La notizia è secca: stamattina Intesa Sanpaolo ha lanciato un’OPAS sull’intero capitale di Monte dei Paschi, trenta miliardi e mezzo, per togliere il titolo dalla Borsa. È la contromossa al Banco BPM del giorno prima, e riporta il Monte a preda contesa. Il marchio MPS e seicentotrentacinque sportelli finirebbero a Unipol, poi verso Bper. “Monte dei Paschi senza Siena” non è un’immagine: è una struttura societaria.
In un momento così si vorrebbe non criticare: serve unità di intenti, ed è giusto. Ma l’unità ha una condizione, e non è di forma — obiettivi concreti e, soprattutto, credibili. Un fronte stretto attorno a parole che non indicano né uno strumento né un risultato non è unità, è un comunicato a più firme. Leggere riga per riga la dichiarazione del sindaco non serve a dividere: serve a chiedere che alla compattezza corrisponda qualcosa di reale.
E la frase chiave — Siena “non può essere considerata una variabile indipendente” — è un desiderio travestito da condizione, in gergo preso a prestito dalla statistica. In un’offerta che punta al delisting e rivende il marchio, Siena è la variabile dipendente per eccellenza: l’oggetto, non il soggetto. Dirlo non cambia il segno dell’equazione; lo registra.
Perché un sindaco, su una scalata a una quotata, non ha leve: né azioni, né voto, né golden power. La leva storica, la Fondazione, è allo 0,2%; il Tesoro, sotto il 5% dopo Mediobanca; e il governo insegue il terzo polo, non l’autonomia senese. La voce della città è sentimentale, non strutturale.
Da qui l’inconsistenza dei “punti fermi”. Radicamento, lavoro, identità sono esattamente ciò che l’operazione mette a mercato: l’identità è il marchio venduto a Unipol, il radicamento sono gli sportelli che cambiano padrone, il lavoro è la variabile nascosta in sinergie miliardarie annunciate “senza costi sociali” — formula che la storia di queste fusioni smentisce. Invocarli come paletti immobili senza uno strumento per piantarli non è fermezza: è la sua recita.
C’è poi il ringraziamento, doppiamente contraddittorio. Si ringraziano il precedente Cda, Lovaglio e il Governo Meloni per la “solidità” restituita al Monte. Ma è proprio quella solidità — Monte ingrandito, Mediobanca, terzo polo — ad averlo reso preda appetibile: si celebra la forza che causa l’assalto che si lamenta. E “il precedente Cda e Lovaglio” non sono un blocco concorde: il 15 aprile si sono combattuti, il consiglio lo aveva estromesso, i soci lo hanno reinsediato contro quella lista. Pacificare a parole una guerra vera.
Il punto non è che il sindaco sia impotente: su questo terreno lo è. Una dichiarazione onesta lo avrebbe detto, indicando i pochi spazi residui — il tavolo occupazionale, le condizioni in sede di autorizzazione, la vigilanza su quali funzioni e presidi restino in città. Sono questi gli obiettivi concreti e credibili attorno a cui l’unità avrebbe senso. In loro assenza, l’impotenza si veste da fermezza, prendendo a prestito una parola dalla statistica. Resta il vestito. Manca il corpo.





