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La notizia della settimana americana è la caduta di Eric Swalwell, deputato democratico della California, dimessosi martedì dal Congresso a cinque giorni dalla pubblicazione — su San Francisco Chronicle e CNN — di accuse di molestie sessuali da parte di quattro donne, una delle quali lo accusa di stupro. Swalwell ha ammesso “errori di giudizio” ma nega i fatti più gravi. Poco importa, sul piano politico: se non si fosse dimesso, i colleghi lo avrebbero quasi certamente espulso. Stesso destino per Tony Gonzales, repubblicano, dimessosi lo stesso giorno in circostanze analoghe.
Ciò che rende la vicenda interessante non è il crollo in sé — i potenti cadono da sempre — ma il meccanismo che lo ha prodotto. Una coalizione improbabile: il giornalismo tradizionale, con la sua lentezza e la sua credibilità istituzionale, e i nuovi influencer liberal online, veloci, rumorosi, capaci di mobilitare un’indignazione diffusa. È stato questo incrocio a smontare una candidatura che sembrava solidissima: Swalwell era in corsa per la gubernatorial race californiana, con il sostegno di buona parte dell’establishment democratico.
La parabola dice qualcosa di più largo. Swalwell era un prodotto esemplare dell’anti-trumpismo d’epoca: il #Resistance come identità politica, l’esposizione mediatica come surrogato di una visione. Secondo Puck, nei mesi precedenti alla campagna stava girando per Hollywood con un progetto di intelligenza artificiale e persino un paio di sceneggiature. Non una coalizione, non un programma per la quarta economia del mondo: un personal brand. E il personal brand, costruito sui media, è fragile esattamente nella misura in cui è leggero.
Il vuoto che lascia è preoccupante per i Democratici. Harris ha rinunciato alla corsa in California, Padilla anche. Ora emergono Katie Porter — appesantita da accuse di maltrattamento dei suoi collaboratori — Tom Steyer, il miliardario verde già candidato presidenziale nel 2020, e Xavier Becerra, ex Segretario alla Salute. Un campo debole in uno Stato che dovrebbe essere il laboratorio progressista per antonomasia. Qualcuno comincia a ricordare che Arnold Schwarzenegger esiste, e che la California ha già eletto un governatore repubblicano di quel tipo.
Sul fronte internazionale, la newsletter del New Yorker segnala un pezzo di Sudarsan Raghavan sulle trattative USA-Iran. Il dato cruciale: dopo che Stati Uniti e Israele hanno eliminato decine di dirigenti del governo iraniano, i vuoti di potere sono stati riempiti da esponenti dei Pasdaran ancora più intransigenti, militaristi e imprevedibili dei predecessori. Si negozia, dunque, ma con interlocutori forgiati da anni di guerra para-statale, non da carriere diplomatiche. Il che pone una domanda che Raghavan pone esplicitamente: con chi si sta davvero trattando?
Due notizie, un filo comune: il potere che si rivela nella sua fragilità strutturale. In California un senatore crolla perché la macchina mediatica che lo aveva costruito si rivolta contro di lui. A Teheran si tratta con un regime le cui fondamenta sono state scosse dall’esterno, e che proprio per questo è diventato meno governabile, non più. In entrambi i casi, l’intervento — politico, militare, comunicativo — produce conseguenze non lineari. È la lezione che l’Occidente fatica ancora ad assorbire: destabilizzare è facile, controllare l’instabilità no.





