
Promised Land
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Apprezzabile per l’impegno, ma vale la pena ragionarci sopra. Iniziative come “Generare futuro — By Giubilo in Siena” nascono già con un limite strutturale: mettono insieme attori che hanno interessi convergenti nella retorica ma divergenti nella pratica. Confindustria, Estra, Agricoltori, Camera di Commercio — ciascuno porta il suo pezzo di narrazione virtuosa, ma nessuno ha interesse a nominare i conflitti reali: chi guadagna e chi perde nelle filiere, perché certi investimenti non arrivano, cosa blocca davvero l’innovazione nel senese.
Il format del convegno neutralizza il conflitto per definizione. “Superare le divisioni e le contrapposizioni” suona bene, ma le divisioni esistono perché ci sono interessi reali in gioco. Un dibattito che parte dall’obiettivo di eliminarle produce consenso di facciata, non strategia.
C’è poi un problema di scala cognitiva. Siena non può essere affrontata con categorie generiche come “centro-periferia” o “sistema produttivo”. La crisi senese ha una morfologia specifica — MPS, il vuoto post-farmaceutico, la rendita del turismo che non si converte in filiera — e richiede diagnosi altrettanto specifiche. Invece si parla di “visione condivisa”, che è il modo elegante per non dire nulla di preciso.
Va letto anche il sottotesto politico. ReS è un’associazione civica che lavora in un’area di centrosinistra moderato, e un appuntamento come questo — relatori istituzionali, patrocini, sponsor bancari — serve prima di tutto a presidiare uno spazio pubblico. A dire: noi ci siamo, noi facciamo cultura del territorio. È legittimo. Ma va separato dal suo contenuto effettivo, che è un’altra cosa.
Guardando i relatori si vede bene il perimetro: il ceto medio produttivo e istituzionale senese, nella sua versione presentabile. Mancano i sindacati, mancano i lavoratori delle crisi aperte, manca chiunque porti una prospettiva scomoda. Manca qualcuno che parli della Logimer, delle vertenze reali, di quello che brucia adesso nel territorio.
Il problema più profondo è però epistemico. Siena tende a ragionare su se stessa con gli stessi attori, gli stessi format, le stesse parole d’ordine da decenni. “Fare sistema”, “visione condivisa”, “eccellenze del territorio” sono formule che circolano almeno dal 2000. Non sono false — sono diventate rituali. E il rituale non produce conoscenza, produce rassicurazione.
Il vero banco di prova è uno solo: tra sei mesi, cosa è cambiato? La risposta, quasi certamente, sarà: niente. Non è un giudizio su Conforti o su ReS — è un giudizio sul formato come strumento di trasformazione. Non lo è. Può valere come momento di relazioni, di visibilità, di agenda-setting minimo. Ma scambiarlo per motore di sviluppo è l’errore che si ripete ogni volta, puntuale come il calendario.





