
Il rito del fare sistema
16 Aprile 2026
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16 Aprile 2026L’assemblea degli azionisti del 15 aprile resterà negli annali non per il risultato — Lovaglio rieletto con quasi il 50%, la lista del cda sconfitta al 38,79% — ma per quello che ha rivelato: la banca più antica del mondo ridotta a terreno di combattimento tra potentati che inseguono un obiettivo completamente diverso dalla banca stessa.
Partiamo dalla stranezza di superficie, che è già sostanza. Lovaglio aveva risanato MPS dopo un decennio di crisi e guidato l’acquisizione di Mediobanca. Il cda lo aveva licenziato per giusta causa. L’assemblea lo ha rieletto. In un Paese normale sarebbe un paradosso insostenibile. In Italia è la norma.
La banca senese è diventata uno snodo del potere finanziario italiano non per quello che è, ma per quello a cui dà accesso: Mediobanca, e attraverso Mediobanca il 13,2% di Generali, il Leone di Trieste, cuore del capitalismo relazionale italiano da decenni. MPS è la chiave. La serratura è altrove.
Delfin e Caltagirone avevano già tentato per anni di controllare Generali senza riuscirci. Poi hanno trovato lo schema: comprare quote in MPS, usare MPS per acquisire Mediobanca, arrivare così a Generali. La matrioska ha funzionato. Ma è esattamente dopo il successo dell’operazione che i due soci si sono spaccati. Lovaglio voleva integrare davvero Mediobanca, farne una fusione industriale. Caltagirone non lo voleva: la fusione avrebbe portato la quota in Generali sotto il controllo operativo di Lovaglio, con la libertà di venderla, cancellando anni di manovre. Una fonte del Financial Times ha sintetizzato: «Caltagirone perderebbe il controllo su Generali. Ma fare ciò che dice Caltagirone non ha senso dal punto di vista del mercato secondo Lovaglio. Sono in un vicolo cieco.» Il vicolo cieco è diventato un’assemblea straordinaria.
La sconfitta di Caltagirone è il vero risultato del 15 aprile. Decisivo è stato Delfin, primo azionista con il 17,5%, che si è schierato con Lovaglio. La holding della famiglia Del Vecchio ha scelto la continuità con una ragione precisa: Francesco Milleri è anch’egli indagato dalla Procura di Milano insieme a Lovaglio nel procedimento sul presunto concerto nella scalata a Mediobanca. Un destino comune che crea solidarietà di trincea. Con Delfin si è allineato Banco BPM con il 3,76%, non per caso: è a sua volta oggetto della scalata ostile di UniCredit bloccata dal golden power. Votare con Lovaglio è un gesto di sistema, di chi cerca alleanze nel risiko bancario in corso. Il Tesoro, azionista al 4,86%, non si è presentato — un’assenza che è una posizione. Ha lasciato fare a Delfin, si è tenuto le mani libere, e il risultato voluto è arrivato lo stesso.
Lovaglio è indagato per aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza. In una telefonata intercettata diceva ai suoi manager, a proposito dell’adesione scontata di Delfin e Caltagirone all’OPS su Mediobanca: «Abbiamo il 35 in mano, abbiamo già il controllo, l’avete capito o no?». In un’altra conversazione definiva Caltagirone «il vero ingegnere» dell’intera operazione. L’assemblea ha reinsediato questo CEO con l’avallo del primo azionista anch’esso al centro della stessa inchiesta. Giuseppe Bivona di Bluebell ha detto ad alta voce quello che tutti sapevano: se non stessimo parlando di una banca ma di una serie Netflix, la trama apparirebbe più coerente. I soci lo hanno premiato con il 94% di voti contrari alla sua azione di responsabilità.
Lovaglio torna con un mandato assembleare rafforzato ma in un cda dove sei consiglieri su quindici vengono dalla lista sconfitta, Caltagirone resta azionista rilevante e l’indagine milanese prosegue. Non è una vittoria piena. È una tregua armata.
La città che ha dato il nome alla banca più antica del mondo continua a fare da sfondo a una storia che si scrive altrove.
N.B. — La Fondazione MPS ha giustificato la propria astensione sulla governance sostenendo che avrebbe così avvantaggiato Lovaglio. I numeri non supportano questa lettura. Lovaglio ha vinto con quasi il 50% su una base votante del 64% del capitale, con Delfin da sola — al 17,5% — determinante sull’esito. La Fondazione non aveva la forza numerica per rovesciare il risultato. Dire che l’astensione ha avvantaggiato Lovaglio è una tautologia: ogni voto non contrario lo avvantaggia per definizione. Non è una lettura politica, è una fuga dalla responsabilità di scegliere, mascherata da saggezza istituzionale.





