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Carlo Rossi lascia Palazzo Sansedoni dopo otto anni con una parola che torna ossessivamente nella sua conferenza stampa d’addio: prudenza. “Gestione attenta e prudente”, “una scelta che rifarei”, “la bussola imprescindibile”. Quando un presidente costruisce la propria eredità attorno a una virtù difensiva, sta implicitamente ammettendo che l’offensiva non c’è stata.
Il dato che Rossi rivendica come capolavoro è la crescita patrimoniale: 170 milioni in più in otto anni, fino ai 595 milioni contabili attuali. Ma questa crescita va letta con attenzione. Non è frutto di gestione brillante: il balzo principale è arrivato nel 2022 grazie ai 150 milioni dell’accordo transattivo con Banca MPS, e nel corso degli otto anni la Fondazione ha chiuso contenziosi ereditati per oltre 200 milioni complessivi. Il patrimonio è cresciuto perché si sono incassate cause, non perché si sia investito con visione.
Sul fronte delle erogazioni il quadro è più eloquente. Ottantuno milioni distribuiti in otto anni su un patrimonio di 595 milioni significano una media annua inferiore al 2% del patrimonio stesso. Il rendimento netto del 2025 è stato del 3,3%: su circa 19 milioni di utile generato, solo 11 sono tornati al territorio. Rossi presenta come conquista il passaggio da 4 milioni annui nel 2017 a 10-11 milioni nel 2025 — ma su una base patrimoniale quasi raddoppiata, è un miglioramento più apparente che reale.
C’è però una questione più profonda, che i bilanci pubblici della Fondazione documentano con precisione. Stando al bilancio 2024 — l’ultimo approvato — oltre 405 milioni su 707 di asset complessivi, il 57% dell’intero patrimonio, risultano concentrati in un unico fondo alternativo lussemburghese, il QAF Fund Seven gestito da Quaestio Capital. Una concentrazione che viola apertamente lo statuto della Fondazione stessa, il cui articolo 4.3 impone che l’esposizione verso un singolo soggetto non superi un terzo dell’attivo. Il rapporto con Quaestio è iniziato nel 2015 con un primo versamento di 240 milioni e si è consolidato nel tempo fino alla creazione, nel 2020, di un comparto dedicato. Il risultato, leggendo i bilanci anno per anno, è un rendimento medio effettivo intorno all’1,4% annuo nell’arco di un decennio: meno dell’inflazione. Dunque la “prudenza” che Rossi rivendica come marchio della sua gestione ha prodotto, sulla parte più consistente del patrimonio, un rendimento reale negativo — mentre lo statuto veniva sistematicamente ignorato.
Il caso più rivelatore riguarda il rapporto con Toscana Life Sciences. La Fondazione MPS è socia fondatrice di TLS, e Rossi ne è diventato vicepresidente — sedendo nel consiglio di un ente che era anche tra i principali beneficiari delle erogazioni che lui stesso decideva. Non conflitto di interesse in senso formale, ma governance consociativa che rendeva strutturalmente impossibile qualsiasi vigilanza critica. Quando il bilancio di TLS è entrato in difficoltà, la Fondazione ha costruito un salvataggio immobiliare travestito da investimento: ha acquistato all’asta per 8 milioni l’immobile già di Siena Biotech e lo ha concesso a TLS in usufrutto gratuito — un intervento che non compariva nelle erogazioni ma pesava sul patrimonio. Il finale è stato amaro: TLS Sviluppo è finita in liquidazione con un passivo di 13 milioni e una causa con Menarini da 23 milioni. La Fondazione aveva sostenuto con risorse proprie un’impresa che dipendeva da promesse ministeriali mai mantenute, senza che nessuno — e men che meno il vicepresidente di TLS che era anche presidente della Fondazione — avesse certificato pubblicamente il fallimento del modello prima che i danni diventassero irreversibili. Rossi ha commentato: “Siamo tranquilli.”
L’ultimo atto del mandato ha confermato il profilo. Rossi ha portato in deputazione modifiche statutarie definite di “opportunità politica”, con l’obiettivo di allargare la platea degli eleggibili agli organi di governo. Un presidente che nell’atto finale riscrive le regole per orientare la successione non stava pensando a Siena.
Siena in questi otto anni ha visto crescere le disuguaglianze, svuotarsi il tessuto produttivo, perdere pezzi della sua sanità e della sua università. La Fondazione ha osservato tutto questo con prudenza. Ha custodito il patrimonio. Ha lasciato che la città si consumasse intorno a Palazzo Sansedoni come se la storia potesse aspettare.
La prudenza, quando diventa sistema, non è una virtù. È un’abdicazione.





