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Mentre l’amministrazione Trump monopolizza l’agenda politica americana, nel campo democratico si muovono le prime pedine per la successione. I dati dei finanziamenti elettorali del primo trimestre 2026 — quelli depositati alla Federal Election Commission — raccontano una storia che va al di là della routine contabile: c’è già una corsa presidenziale in corso, anche se nessuno la chiama ancora così.
In testa alla classifica delle riserve di cassa si trovano due senatori. Mark Kelly dell’Arizona, ex astronauta e marito di Gabrielle Giffords, ha accumulato 22,3 milioni di dollari nel suo conto congressuale, dichiarandosi ufficialmente “indeciso” su una candidatura. Subito dietro, con 21,9 milioni, Cory Booker del New Jersey, che ha appena terminato un maratona oratoria al Senato e che quest’anno dovrà comunque affrontare le elezioni, anche se in uno Stato solidamente democratico. Seguono due deputati della Camera: Ro Khanna della California con 15,5 milioni e Alexandria Ocasio-Cortez con 14,7. Chris Murphy del Connecticut — che ha già visitato il New Hampshire, tradizionale prima tappa delle primarie — si ferma a 10,8 milioni. Chris Van Hollen del Maryland, che ha invece annunciato un viaggio nel New Hampshire per giugno, ha appena 3 milioni disponibili: un posizionamento politico evidente, ma una base finanziaria ancora fragile.
Il meccanismo è semplice e potente: i fondi raccolti per le campagne congressuali possono essere trasferiti direttamente ai comitati presidenziali. Costruire una riserva di cassa oggi significa avere un arsenale pronto per il momento in cui la corsa diventerà ufficiale.
Il confronto storico è istruttivo. Hillary Clinton chiuse il 2006 con 14,3 milioni nel conto senatoriale, ne trasferì 10 alla campagna presidenziale all’inizio del 2007. Barack Obama, all’epoca considerato il candidato outsider, aveva appena 750mila dollari. La storia non si ripete meccanicamente, ma i numeri aiutano a capire chi è percepito come favorito e chi punta sulla sorpresa.
La vicenda ha però una dimensione che supera la logica delle primarie: per Chuck Schumer, leader della minoranza al Senato, i prossimi due anni si annunciano straordinariamente complicati. Guidare un gruppo in cui mezza dozzina di senatori potrebbero avere agende personali che non coincidono con quella del caucus è una sfida di leadership non banale. La coesione democratica — già messa alla prova dall’opposizione a Trump — rischia di frammentarsi ulteriormente sotto la pressione delle ambizioni presidenziali.
Sul fronte opposto, il Congresso repubblicano mostra le sue crepe su un dossier di sicurezza nazionale delicato: il rinnovo della Sezione 702 del Foreign Intelligence Surveillance Act, lo strumento di sorveglianza che scade lunedì sera. La leadership di Johnson ha già rinviato due volte il voto, incapace di trovare una maggioranza. Un blocco di conservatori, tra cui Anna Paulina Luna e Thomas Massie, ha annunciato voto contrario sulla procedura — e Johnson può permettersi di perdere soltanto due voti. Le trattative ruotano attorno ai requisiti di mandato giudiziario, rivendicazione storica del Freedom Caucus, con l’ipotesi di una proroga tecnica di 30 o 60 giorni come ultima via d’uscita. La tattica di Johnson è nota: tenere aperta la votazione il più a lungo possibile, lasciando che la Casa Bianca e Trump stesso facciano pressione sui riottosi. Funzionerà anche questa volta, ma l’immagine di una maggioranza che fatica a gestire anche i dossier bipartisan è un’ipoteca pesante.
Infine, sul fronte dell’opposizione: un gruppo di deputati democratici sta discutendo di forzare un voto quotidiano sui poteri di guerra relativi all’Iran — ogni giorno di sessione parlamentare — finché non passi una risoluzione o le operazioni nella regione non cessino. L’idea è emersa al pranzo del Congressional Progressive Caucus, è stata accolta con interesse, e anche alcuni centristi non la escludono. È la politica dello spettacolo come strumento di pressione: un’operazione mediatica più che legislativa, ma in un momento in cui la base democratica chiede segnali di resistenza visibile, anche la forma conta quanto la sostanza.





