
The Siele Mine and the Nathans A Jewish Enterprise at the Heart of the Risorgimento
16 Aprile 2026
I. La pietra rossa e i suoi proprietari
C’è un luogo in cui la storia d’Italia più profonda si è depositata nel corpo della terra. Si chiama Siele, è una gola tra i boschi di Piancastagnaio, e per oltre settant’anni ha estratto dal sottosuolo non solo il mercurio ma qualcosa che va ben oltre: la prova che imprenditoria, visione civile e coscienza etica possono coincidere. Che questa coincidenza può avere un nome di famiglia. Un nome di donna, per essere precisi. Ma ci arriveremo.
Nel 1841, il pastore Domenico Conti, detto Mecone, portando al pascolo le proprie pecore in località Diaccialetto, fu colpito da alcuni pezzi di cinabro nel letto del Siele e decise di venderli come colorante al farmacista di Pitigliano, appartenente alla locale comunità ebraica. Questi li fece visionare a Cesare Sadun, importante commerciante ebraico, cognato dei fratelli Angelo e Salomone Modigliani di Livorno, già da tempo impegnati nel commercio del mercurio estratto dalla miniera spagnola di Almadén. Da un sasso rosso raccolto in un torrente comincia così una delle storie più singolari del capitalismo e del patriottismo italiani dell’Ottocento.
I Modigliani e il Sadun costituirono il 5 dicembre 1846 a Livorno, con un capitale di 80.000 lire, la “Società Industriale Stabilimento Mineralogico Modigliani”. L’impresa faticò, fallì, e nel 1865 Emanuele Rosselli, agiato commerciante livornese, acquistò lo stabilimento all’asta dal tribunale di Livorno. Da quel momento, per oltre settant’anni, il Siele fu dei Rosselli e dei Nathan.
Con la costituzione nel 1867 della ditta “Angelo Rosselli” e con l’ingresso nella società di Sara Levi Nathan — vedova di un ricco banchiere londinese e importante figura del Risorgimento italiano per i suoi rapporti con Giuseppe Mazzini — iniziò il vero decollo produttivo della miniera. Non era solo un’iniezione di capitali. Era l’arrivo di una presenza che portava con sé qualcosa di più dei denari: una rete, una visione, un’autorevolezza costruita su decenni di lavoro politico clandestino che la storia ufficiale ha preferito non vedere, o non sa come raccontare.
La miniera Rosselli-Nathan conobbe negli anni seguenti un notevole balzo produttivo: la costruzione dei nuovi forni Cermak-Spirek, l’introduzione della macchina a vapore, la scoperta di un ricco filone cinabrifero alle Solforate e la forte crescita del prezzo del mercurio sui mercati diedero un impulso decisivo allo sviluppo dello stabilimento, con l’occupazione che superò nei primi anni del Novecento le trecento unità. Non era solo un’azienda: era un villaggio autosufficiente, con abitazioni per i tecnici, una scuola elementare, una cappella, uno spaccio, un’infermeria, un ufficio postale. La miniera organizzava la vita, non solo il lavoro. Tra i Rosselli che gestirono direttamente lo stabilimento, il nome di Raffaello rimane inciso nella roccia in modo letterale: il pozzo più profondo dell’intera miniera, trecentocinquanta metri sotto il suolo, porta ancora il suo nome. Raffaello scrisse anche, nel 1890, una memoria tecnica sulla miniera per gli Atti della Società Toscana di Scienze Naturali: il proprietario che studia ciò che possiede, che guarda il cinabro con occhi scientifici oltre che imprenditoriali.
Ma per capire davvero cosa fu il Siele, e cosa furono i Rosselli e i Nathan nell’Italia che si stava costruendo, bisogna fermarsi su quella donna che entrò in società nel 1867 portando i suoi capitali e la sua storia. Bisogna fermarsi su Sara. Perché Sara Levi Nathan non era la vedova di un banchiere. Era una delle artefici invisibili dell’Unità d’Italia.
II. Le case che fecero l’Italia
Gli storici del Risorgimento tendono a lavorare per monumenti: Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele. La storia vera — quella dell’infrastruttura, dei finanziamenti, delle reti clandestine, delle case dove si tramavano le insurrezioni e si custodivano i manoscritti — è quasi sempre storia di donne rese invisibili dalla grammatica della grandeur maschile. Sara Levi Nathan è una di queste donne. Forse la più importante tra quelle che non compaiono nei manuali.
Sara Levi Nathan nacque a Pesaro il 7 dicembre 1819. A undici anni rimase orfana di madre. Per preservare in lei la fede ebraica fu mandata dai parenti materni a Livorno, città che garantiva una certa libertà di culto. Lì conobbe il futuro marito Moses Nathan, banchiere di Francoforte, e lo seguì a Londra, dove mise al mondo dodici figli e aprì le porte di casa ai patrioti italiani in esilio. Casa Nathan a Londra era già, negli anni Quaranta dell’Ottocento, un luogo politico prima che domestico.
Risalgono al 1848 i primi contatti epistolari attestati con Giuseppe Mazzini. Con il tempo Sara Levi divenne una delle corrispondenti più assidue di Mazzini e, sul finire della sua vita, la sola depositaria degli sfoghi e dei piani del leader repubblicano, compresi quelli per la lotta armata. Non era una semplice ammiratrice né una benefattrice sentimentale. Era il terminale operativo di una rete che aveva bisogno di denaro, di case sicure, di donne capaci di tenere un segreto e un conto corrente nello stesso tempo. Attraverso di lei passavano i finanziamenti che il Partito d’Azione, e più tardi l’Alleanza repubblicana universale, destinavano all’acquisto di armi e alla promozione delle attività insurrezionali.
Le sue case erano istituzioni politiche in forma domestica. Una sequenza di luoghi — Londra, Firenze, Milano, Lugano — che la polizia dei vari stati preunitari teneva sotto sorveglianza e che per questo esigevano continui spostamenti. Caduta la Repubblica romana nel 1849, Mazzini tornò a Londra rifugiandosi dai Nathan, la cui casa divenne il punto di riferimento dei mazziniani e più in generale dei democratici in Inghilterra. Sara scelse come educatore dei propri figli Maurizio Quadrio, uno dei collaboratori più fidati di Mazzini: la formazione politica e quella familiare dovevano essere la stessa cosa, inscindibili. Fu nella sua villa di Lugano, La Tanzina — acquistata nel 1865 per sfuggire all’arresto — che Mazzini mise a punto i piani per i tentativi insurrezionali del 1869 nell’Italia del Nord. La Tanzina ospitò Carlo Cattaneo, Agostino Bertani, Nino Bixio, Federico Campanella: non una dimora borghese, ma un cenacolo politico clandestino con tetto e giardino. Carlo Cattaneo morì a Lugano in casa Nathan. Mazzini morì nel 1872 a Pisa, nella casa di Giannetta, figlia di Sara, moglie di Pellegrino Rosselli — il nome che unisce le due famiglie anche nell’atto finale.
E Garibaldi? Sara aveva con lui un rapporto diretto, appassionato, politicamente urgente — quello di chi sa che tra i due grandi uomini del Risorgimento c’è una frattura che può vanificare tutto, e che occorre ricucire. Il 19 agosto 1862, da Lugano, Sara lanciò a Garibaldi un appello diretto: “La Patria è salva se sono uniti i due uomini che l’Italia ama e stima al di sopra di tutti”. La lettera è rimasta. È uno dei documenti più limpidi della politica risorgimentale: una donna che scrive a Garibaldi per dirgli che la divisione con Mazzini è il vero pericolo, nel momento in cui le forze sabaude si preparano a fermarlo ad Aspromonte. L’appello non fu ascoltato. Ma il gesto dice tutto dell’autorevolezza di Sara: non chiedeva, interveniva. Non supplicava, argomentava. Trattava con Garibaldi da pari, perché si sentiva tale, e ne aveva ogni ragione.
Quando Mazzini morì, Sara era al suo capezzale. Ai funerali si occupò del feretro insieme alla moglie di Aurelio Saffi e domandò di non imbalsamare la salma, ma la sua richiesta non venne ascoltata. Anche in quell’ultima circostanza, Sara voleva decidere. E anche in quell’ultima circostanza fu ignorata. La storia delle donne è anche questa: essere presenti in ogni momento decisivo, e poi sparire dalla narrazione di quel momento.
Ma ciò che seguì non poteva essere ignorato. Sara si fece promotrice della pubblicazione degli scritti di Mazzini, curando l’edizione nazionale delle opere e la donazione di oltre 4.500 autografi, confluiti poi nella Biblioteca del Risorgimento a Roma. Acquistò tutti i manoscritti, tutti i diritti editoriali, organizzò la trasmissione ai posteri dell’intero corpus del pensiero mazziniano. Senza di lei, una parte considerevole di quell’archivio sarebbe probabilmente dispersa. Il Risorgimento che leggiamo nei libri è anche, in misura che non sappiamo calcolare, il Risorgimento che Sara ha salvato.
III. La questione delle donne
C’è però una dimensione di Sara Levi Nathan che va ancora oltre la custodia del pensiero altrui, per quanto straordinaria quella custodia fosse. Sara aveva una visione politica propria, autonoma, che in certi aspetti anticipava di decenni il dibattito pubblico del suo tempo: la questione dell’emancipazione femminile, e in particolare delle donne più povere e più esposte.
L’emancipazione femminile, in particolare quella dei ceti più bassi, fu per Sara Levi Nathan tema fondamentale nel corso della vita. Tentò attraverso le opere filantropiche di educare le giovani generazioni di donne e spronarle al cambiamento della loro condizione. Non era filantropia nel senso consolatorio del termine — non era la beneficenza che lascia intatto il sistema che produce la miseria. Era un’azione politica sistematica, che passava dall’educazione, dall’organizzazione, dalla costruzione di alternative concrete.
Quando si trasferì a Roma nel 1873, fondò nel quartiere di Trastevere una scuola elementare intitolata a Mazzini, destinata alle ragazze, e aprì l’Unione benefica, una casa per prevenire la prostituzione offrendo alle ragazze indigenti o in difficoltà alloggio, mezzi e possibilità di lavoro. La scelta di Trastevere non era casuale: era il quartiere popolare per eccellenza, quello più lontano dai salotti, quello dove le ragazze senza istruzione e senza reddito finivano nel circuito della prostituzione regolamentata dallo Stato. In un’Italia dove la Legge Cavour istituzionalizzava il meretricio, Sara si impegnò nel movimento abolizionista con la stessa energia delle cause politiche: le donne ridotte in schiavitù non erano un problema d’ordine pubblico, erano cittadine da emancipare. Si batté per l’abolizione dei regolamenti di Stato sulla prostituzione appoggiando il figlio Giuseppe, che aveva introdotto in Italia le posizioni di Josephine Butler.
Josephine Butler era la grande riformatrice inglese che in quegli stessi anni combatteva in Gran Bretagna la stessa battaglia: non la moralizzazione dei costumi, ma il riconoscimento che la prostituzione regolamentata era una forma di schiavitù legalizzata, uno strumento di controllo dei corpi delle donne povere da parte dello Stato e del mercato insieme. Sara aveva vissuto a Londra, conosceva quel dibattito, lo portava in Italia con la stessa determinazione con cui aveva portato il pensiero mazziniano. La lotta per le donne e la lotta per la patria erano, nella sua visione, due aspetti della stessa battaglia per la dignità umana.
Aprì la Sala Mazzini, dove dal 1873 al 1882 ogni domenica si tenevano conferenze sull’opera I doveri dell’uomo. Il titolo mazziniano è significativo: Sara lo leggeva in chiave di genere, come una chiamata rivolta anche alle donne — anzi, rivolta soprattutto alle donne, le grandi escluse dalla cittadinanza del nuovo Stato unitario. A interpretare questa visione e a coniare il termine di “madre cittadina” furono Giorgina Saffi e Jessie White Mario, altra importante figura del Risorgimento italiano vicina a Mazzini e Garibaldi, scrittrice e biografa. Non la madre che si ritira nella sfera privata, ma quella che educa i figli alla vita pubblica perché essa stessa è pienamente nella vita pubblica. Sara non era una madre che si dedicava alla politica nonostante la famiglia. Era una figura in cui famiglia e politica erano la stessa cosa, fuse in un progetto unitario di costruzione civile.
Prima della morte aveva destinato un lascito alla Commissione per la divulgazione degli scritti di Mazzini. Nel 1917 la Scuola Mazzini fu eretta in ente morale col nome di Opera pia Sarina Nathan. Morì a Londra il 19 febbraio 1882, sola, senza avvertire nessuno della sua imminente scomparsa.





