
Il crollo di Swalwell e la nuova geografia del potere mediatico
17 Aprile 2026
L’opposizione come sistema. Anatomia di una minoranza che non si sa maggioranza
17 Aprile 2026
di Pierluigi Piccini
C’è una frase pronunciata da Giorgia Meloni il 9 aprile in Parlamento che vale la pena conservare con cura: “Un ‘sì’ ti conferma, ma un ‘no’ ti riaccende, ti impone di fermarti a riflettere e di rimettere tutto in discussione.” Quasi aforistica. Il problema è che nei diciassette giorni intercorsi tra il voto referendario del 23 marzo e quel discorso non c’era stata alcuna riflessione riconoscibile. C’era stato invece un repulisti rapido: fuori Delmastro, fuori Bartolozzi, fuori Santanchè — tutti e tre con procedimenti giudiziari pendenti, tutti e tre sacrificati con la logica con cui si taglia un ramo secco per far sembrare l’albero più sano. E poi la formula di chiusura: nessun rimpasto, nessuna fase due, nessuna elezione anticipata. Il governo non si è mai fermato, ha detto Meloni, quindi non c’è niente da riavviare.
Questa è la struttura del riposizionamento: fingere che non ci sia stato nessuno spostamento. Galleggiare sopra la sconfitta con la postura di chi ha appena vinto.
La sconfitta era però di quelle che lasciano il segno. La separazione delle carriere era l’unica grande riforma istituzionale rimasta in piedi: presidenzialismo e autonomia differenziata erano già naufragati o incagliati. Il 53,74 per cento degli italiani ha rigettato la riforma, con quasi due milioni di voti in più per il No, prevalso nelle grandi città e in tutte le regioni tranne tre. Non è un margine interpretabile. È un verdetto. Meloni in novembre aveva chiesto agli elettori di votare “sul merito della riforma,” non per mandare a casa il governo. Gli italiani hanno votato sul merito. E hanno detto no.
Fin qui la dimensione interna. Ma il riposizionamento di Meloni non riguarda solo il fronte domestico.
Negli stessi giorni in cui gestiva il dopo-referendum, la premier navigava una crisi internazionale che stava demolendo il pilastro più visibile della sua credibilità estera: il rapporto speciale con Donald Trump. Per mesi quella relazione era stata il suo principale asset geopolitico — la donna di destra europea abbastanza strutturata da tenere i piedi nell’Occidente atlantico e abbastanza vicina al linguaggio populista da capire il tycoon. Poi è arrivata la crisi nello Stretto di Hormuz. L’Italia ha rifiutato di fornire supporto militare diretto all’operazione americana. Trump ha risposto con durezza pubblica: “Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto.” Il divorzio era consumato.
I due piani convergono in un unico movimento: Meloni tenta di trasformare un momento di debolezza in un’occasione di rilancio narrativo. Davanti allo strappo con Trump sceglie il silenzio, riceve Zelensky a Palazzo Chigi, annuncia un accordo sulla produzione congiunta di droni, si riavvicina a Macron. La rottura con Washington viene gestita come se fosse una scelta di princìpi — la difesa dell’interesse nazionale, la fedeltà all’Europa — piuttosto che una costrizione subita. Il No referendario viene reinterpretato come uno stimolo a fare di più. La perdita viene sublimata in energia.
È un mestiere antico. Si chiama governo dell’immagine di sé. Ma tra il mestiere e la sostanza c’è una distanza che cresce.
Il punto strutturale è questo: sia sul piano interno che su quello internazionale, Meloni gestisce le conseguenze di scommesse che ha perso. Ha scommesso su una riforma costituzionale senza cercare il consenso largo che avrebbe reso il referendum inutile. Ha scommesso su Trump come leva geopolitica senza costruire in parallelo le relazioni europee che avrebbero garantito autonomia reale. Quando le scommesse sono cadute, non è rimasto nessun piano B. Solo la tattica del galleggiamento.
Il “no” ti riaccende, ha detto. Resta da vedere cosa si decide di illuminare.





