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C’è una domanda che vale la pena porre con franchezza, a poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche: l’opposizione italiana esiste come sistema, o è soltanto la somma algebrica di alcune forze che non governano? La risposta, guardando i numeri e soprattutto le dinamiche profonde, è sconfortante. E non per ragioni contingenti — un leader sbagliato, uno slogan mancato — ma per ragioni strutturali che toccano il nodo della rappresentanza democratica nel suo complesso.
Partiamo dai fatti. Il trend aggregato dei sondaggi assegna oggi al Partito Democratico il 22%, al Movimento 5 Stelle il 12%, ad AVS il 6,5%. Sommate, queste tre forze sfiorano il 41%. Fratelli d’Italia da sola è al 28,5%, ma con Forza Italia e Lega il centrodestra supera il 44%. La distanza non è abissale in termini di voto popolare. Eppure l’opposizione appare strutturalmente incapace di trasformare questo potenziale in alternativa credibile. Il governo perde punti, ma l’opposizione non li guadagna. I consensi evaporano nell’astensione o si disperdono nei rivoli dei partitini. Non è una crisi di numeri: è una crisi di senso.
Gramsci avrebbe detto che il problema è di egemonia, non di voti. Una forza politica diventa maggioranza — nella società, prima che nelle urne — quando riesce a costruire una visione del mondo che altri riconoscono come propria, che parla a bisogni e paure che vanno oltre la base già convinta. Meloni questo lo ha fatto, con tutti i limiti del caso: ha costruito una narrazione della sovranità, dell’identità nazionale, della stabilità come valore contro il caos, che intercetta umori profondi di una società impaurita dal declino delle certezze novecentesche. L’opposizione, invece, sembra ancora ferma a rispondere a quella narrazione sul suo stesso terreno — contestandola, smontandola — senza avere la forza di costruirne una propria capace di aggregare.
Il PD di Schlein ha provato a spostare l’asse verso sinistra, a dare voce a istanze di giustizia sociale e ambientale che il centrosinistra blairiano aveva progressivamente abbandonato. La scommessa aveva una sua coerenza. Ma quei dieci punti di distacco da Meloni raccontano uno stallo nella composizione di una coalizione progressista davvero in grado di battere il centrodestra. La sinistra radicale non basta a riempire il vuoto lasciato dall’elettorato moderato che non si ritrova in Schlein ma non si fida di Meloni. Questo elettorato galleggia, conteso da Azione e Italia Viva, e dal vuoto stesso.
Il Movimento 5 Stelle è il caso più emblematico. Nato come negazione della politica professionale, si trova oggi in una posizione paradossale: al governo è stato consunto dall’esperienza, all’opposizione non riesce a ritrovare la carica antisistema delle origini perché il sistema, nel frattempo, lo ha parzialmente metabolizzato. Conte ha scelto la via della collocazione nel campo progressista, rinunciando all’ambiguità destra-sinistra che era stata la vera risorsa tattica del Movimento. Ha guadagnato in leggibilità, perso in radicalità. Il risultato è un partito che non spaventa più nessuno.
AVS occupa lo spazio della sinistra di movimento in una fase in cui i movimenti — ambientalismo, femminismo, antirazzismo — faticano a tradursi in voto. È un partito che esiste nonostante il sistema elettorale, non grazie ad esso.
Ma il problema vero non è tattico: è di egemonia. Manca una risposta condivisa alla domanda decisiva che la contemporaneità pone: che cosa significa il bene comune in un’epoca in cui le identità sono frantumate, i lavori sono precari, i territori sono svuotati, la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici? La destra ha risposto con la nazione, il confine, l’ordine. Sono risposte sbagliate, ma sono risposte. La sinistra ha risposto con i diritti civili, la transizione ecologica, l’antifascismo — tutte cause giuste, ma percepite da ampie fasce di elettorato come battaglie di una minoranza colta per se stessa.
Il nodo è costruire una catena di equivalenze — per usare il lessico di Laclau — capace di unificare domande sociali eterogenee in un’identità politica unica: il lavoro precario e la casa inaccessibile, la sanità pubblica e il clima, la sicurezza e la dignità. Il centrosinistra italiano non ha ancora trovato il linguaggio per questa operazione. E il tempo stringe: non sono due anni, è poco più di uno.
Il rischio, a questo punto, non è perdere le elezioni del 2027. Il rischio è arrivarci come si arriva a un appuntamento che si sa già come andrà a finire: coalizioni costruite all’ultimo momento su basi fragili, candidati premier discussi tra correnti interne, programmi che sono sintesi di compromessi e non visioni di futuro. Con un elettorato che — stanco di scegliere il meno peggio — preferisce restare a casa.
L’opposizione italiana non ha bisogno di un congresso o di un nuovo simbolo. Ha bisogno di ritrovare la vocazione a immaginare. A dire non solo cosa non va, ma come potrebbe essere diverso. È questa la differenza tra una minoranza che aspetta il suo turno e una forza politica che merita di governare.





