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A livello superficiale non è difficile spiegare l’ostilità che Donald Trump sta manifestando nei confronti di Leone XIV. L’attuale presidente degli Stati uniti vive di comunicazione. Questo è stato il suo tratto distintivo come imprenditore, è convinto che sia il fattore decisivo del suo successo, e lo stesso approccio spiega anche il suo modo di concepire la politica.
Nel mondo di Trump non c’è autorità o autorevolezza, l’unica cosa che conta è essere una celebrità, sempre al centro dell’attenzione. Che Leone XIV stia sfidando la sua posizione proprio attraverso i social media è quindi intollerabile. Se il pontefice avesse pubblicato un’enciclica, probabilmente la reazione di Trump non sarebbe stata così immediata e aggressiva. La diffusione dei messaggi del papa su X è per lui una minaccia in quello che percepisce come il suo dominio.
Se vogliamo davvero rintracciare le cause profonde del conflitto in corso tra una parte della destra statunitense e un papa nato a Chicago, dobbiamo però volgere lo sguardo altrove, e cercare di comprendere perché negli ultimi anni diversi protagonisti del movimento che ha accompagnato l’ascesa politica di Trump, e hanno contribuito a plasmarne il profilo ideologico, hanno mostrato una particolare attenzione al ruolo pubblico dei pontefici e della chiesa cattolica. Non c’è da considerare solo la conversione di J.D. Vance, ma anche la rete di rapporti che figure come Steve Bannon e Kevin Roberts (l’architetto del Project 2025) o think tank come l’Acton institute, coltivano da tempo con i settori più reazionari dell’episcopato e del cattolicesimo.
Un fenomeno relativamente recente in un paese in cui storicamente il protestantesimo era dominante (basta pensare al sospetto con cui certi ambienti accolsero l’elezione di J.F. Kennedy, primo presidente cattolico), ma oggi la maggioranza dei cristiani è di denominazione cattolica. Si tratta di una partita complessa, nella quale contano dinamiche demografiche (il peso dell’elettorato di origine ispanica) e rigurgiti suprematisti (la maggioranza dei neri negli Usa è protestante, di denominazione battista). Questa, tuttavia, è solo parte della storia. Se andiamo indietro nel tempo, alle origini remote del movimento che ha cambiato la cultura della destra statunitense, e ha portato Trump alla Casa bianca, non possiamo trascurare l’influenza che per diversi decenni ha avuto William F. Buckley, intellettuale pubblico, fondatore della National Review, conduttore di talk show, che diversi studiosi considerano il «nonno» della rivoluzione conservatrice che ha mutato l’identità del partito repubblicano.
L’autore che può aiutarci a comprendere il nucleo teorico che spiega la salienza che oggi ha il cattolicesimo per la destra statunitense è tuttavia Carl Schmitt. A lui si richiamano sia accademici di spessore come il costituzionalista Adrian Vermeule, sostenitore del Common good constitutionalism”, sia oligarchi del mondo high tech come Curtis Yarvin e Peter Thiel, ideologi della tendenza neoreazionaria del Dark enlightenment. In uno scritto del 1923, Schmitt scrive: «La macchina è priva di tradizione. Che sia la tecnica il vero principio rivoluzionario, e che a suo paragone tutte le rivoluzioni fondate su principi giusnaturalistici non siano che giochi arcaicizzanti, è una delle feconde intuizioni sociologiche di Karl Marx. Una società esclusivamente fondata sul progresso tecnico sarebbe di conseguenza completamente rivoluzionaria; ma ben presto si autodistruggerebbe, insieme alla propria tecnica». Un’affermazione dal tono profetico e come tale viene intesa dai neoreazionari, che da Schmitt riprendono anche l’idea che la chiesa cattolica sia la sola ad avere le risorse culturali e intellettuali per impedire che la rivoluzione tecnologica in corso finisca per divorare coloro che se ne considerano gli artefici (e che ne traggono maggiore beneficio).
Non è un caso che l’offensiva ideologica e l’esposizione politica di Yarvin e Thiel sia aumentata dopo la crisi provocata dalla pandemia Covid. In quell’evento globale, infatti, è venuto in evidenza sia il fallimento del neoliberalismo come garante dell’ordine necessario perché la rivoluzione continui senza minacciare la posizione dominante degli oligarchi, sia l’aspirazione di molti lavoratori del settore dei servizi a riprendere il controllo della propria vita, rinegoziando la distribuzione del tempo e dello spazio destinato al lavoro.
La forza acquisita dal movimento globale in difesa dei diritti dei palestinesi e contro lo sterminio in corso a Gaza ha accresciuto ulteriormente la convinzione dei neoreazionari di essere di fronte a una sfida esistenziale, che evoca quella che Schmitt aveva individuato nel comunismo. Di qui l’iniziativa per mettere al sicuro la propria posizione di dominio. Perché questo obiettivo si realizzi, la chiesa deve prendere parte, schierarsi a fianco di un regime in crisi, quello neoliberale, che ha creato le premesse per il proprio superamento, restaurandone la legittimità. Gli ultimi due pontefici, ciascuno a suo modo, hanno fatto capire di non essere disposti a mettersi a servizio di questa restaurazione oligarchica. Per questo essi sono considerati oggi dei nemici.





