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22 Aprile 2026Striscia continua Senza il nemico, Israele sembra smarrire la sua identità coesiva. Se la vittoria fosse davvero totale, la guerra finirebbe, e con essa finirebbe il modello sociale ed economico su cui si regge il Paese. Ecco allora la necessità di una «vittoria relativamente totale»: un conflitto a bassa o alta intensità che si rinnova ogni giorno, una routine di sangue
C’è una macabra ironia nella cronaca che arriva dal nord della Galilea e dai confini con Gaza. Mentre i radar intercettano droni e i bambini nelle scuole elementari sostituiscono l’ora di disegno con le esercitazioni nei rifugi, la società israeliana sembra vittima di quel «guasto tecnico» di cui scriveva la satira egiziana anni fa, come ci ricorda Odeh Bisharat sulle pagine di Haaretz: una breve interruzione di pace subito corretta dal ritorno alla normalità della guerra. Ma questa normalità non è un incidente; è il prodotto di una postura esistenziale che affonda le radici in un trauma irrisolto, trasformando la memoria in un’arma di offesa permanente.
Per decenni, la narrazione ufficiale dello Stato ebraico ha intrecciato i fili della Shoah con quelli della necessità militare. L’imperativo del «Mai più» è stato declinato non come un impegno universale contro la deumanizzazione, ma come una licenza speciale alla militarizzazione assoluta. In questo perimetro psicologico, il mondo è un luogo intrinsecamente ostile e il nemico non è mai un attore politico con cui negoziare, ma l’incarnazione metafisica dell’oppressore.
È LA FAMOSA Sindrome di Masada, ovvero la convinzione profonda che il resto del mondo sia ostile, che la distruzione sia imminente e che l’unica alternativa alla sottomissione sia la resistenza eroica fino all’autodistruzione.
Il termine deriva dall’assedio della fortezza di Masada (73-74 d.C.) durante la prima guerra giudaica, quando, secondo lo storico Giuseppe Flavio, circa 960 ebrei preferirono il suicidio di massa alla cattura e alla schiavitù da parte delle legioni romane.
Il trauma della persecuzione, mai elaborato collettivamente se non in funzione della forza, ha prodotto una società che vede il «nemico ovunque» per non dover guardare dentro se stessa. Se l’Iran, Hezbollah o Hamas sono sempre, invariabilmente, la «nuova Gestapo», allora ogni risposta – anche la più sproporzionata, anche la distruzione sistematica di infrastrutture civili in Libano o il genocidio per fame a Gaza – diventa un atto di legittima difesa. È il paradosso del perseguitato che, per esorcizzare lo spettro del proprio sterminio, finisce per adottare i metodi, il linguaggio e la logica della forza bruta del proprio persecutore storico.
Le cronache degli ultimi giorni sono emblematiche. Mentre i tavoli diplomatici tentano faticosamente di tracciare linee di tregua, la politica israeliana – dalla coalizione di estrema destra di Netanyahu fino a parte dell’opposizione «sionista» – sembra provare un brivido di sollievo quando le bombe ricominciano a cadere. La nazione ritrova il suo scopo. Senza il nemico, senza l’odore della polvere da sparo, lo Stato d’Israele sembra smarrire la sua identità coesiva.
È UNA FORMA di tossicodipendenza militarista. La «vittoria totale» promessa da Netanyahu è un concetto logico impossibile, un orizzonte che si sposta sempre un metro più in là. Se la vittoria fosse davvero totale, la guerra finirebbe, e con essa finirebbe il modello sociale ed economico su cui si regge il Paese. Ecco allora la necessità di una «vittoria relativamente totale»: un conflitto a bassa o alta intensità che si rinnova ogni giorno, una routine di sangue che serve a mantenere il controllo interno e a giustificare l’espansionismo coloniale.
L’aspetto più tragico è l’assuefazione. Nelle scuole del nord, il ritorno alla «normalità» coincide con il controllo delle macerie per verificare che non vi siano ordigni inesplosi. I coloni preparano le valigie per occupare il Libano del sud con la stessa naturalezza con cui si prepara una gita fuori porta. La deumanizzazione dell’altro – sia esso palestinese, libanese o iraniano – è diventata il prerequisito per la sopravvivenza psichica del cittadino israeliano medio. Eppure, come dimostrano i soldati che diventano vegetariani perché l’odore della carne evoca quello dei cadaveri, la realtà scardina ogni barriera ideologica.
Il costo di questa militarizzazione perenne non si misura solo in termini geopolitici; si scava nel profondo della psiche di un’intera generazione. Le testimonianze che emergono dal fronte di Gaza descrivono un fenomeno che la psichiatria militare fatica a etichettare: la «ferita morale». Non è la paura della morte (il classico Ptsd), ma l’orrore di ciò che si è diventati.
Haaretz ha intervistato alcuni soldati, come «Yuval» e altri suoi colleghi, programmatori high-tech trasformati in cecchini che sparano su adolescenti disarmati; o come «Maya», che assiste impotente a rituali di umiliazione degradante sui prigionieri. «Sentivo che non capivano che non ero una brava persona; l’esatto contrario», confessa chi è tornato dal fronte venendo accolto come un eroe, mentre interiormente si sente un «mostro».
È QUI CHE IL CERCHIO del trauma si chiude: l’esercito che si autodefinisce «il più morale del mondo» produce migliaia di giovani che non riescono più a guardarsi allo specchio, tormentati dalle urla di prigionieri torturati con fascette elettriche o dal ricordo di civili sepolti dai bulldozer per «evitare malattie». L’istituzione militare, per proteggere il mito della propria purezza, ha iniziato a chiamare queste patologie «ferite d’identità», nel timore che il termine «morale» possa irritare i politici o mettere in discussione la narrativa della famosa «vittoria totale».
Israele oggi si alimenta del proprio trauma e non vede più il volto delle proprie vittime, ma solo il riflesso del proprio diritto ancestrale a colpire per primo. Ma una società che ha bisogno della guerra per sentirsi viva e che vede nella pace un «guasto tecnico» da riparare al più presto, è una società che ha già perso la sua battaglia più importante. Quella con la propria umanità.





