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Walzer ha ragione: il problema del Medio Oriente oggi non è militare. È narrativo.
C’è un momento, nelle guerre, in cui il campo di battaglia cede il passo al campo retorico. È il momento in cui gli eserciti smettono di avanzare e cominciano i comunicati stampa. Siamo esattamente lì, in questi giorni di aprile 2026, con i negoziatori americani che vanno e vengono da Islamabad come pendolari su un treno in ritardo, lo Stretto di Hormuz bloccato, Netanyahu che dice «non abbiamo ancora finito il lavoro» e Trump che minaccia «problemi mai visti prima» mentre già si prepara a dichiarare vittoria.
Michael Walzer, novantuno anni portati con la lucidità asciutta di chi ha passato la vita a distinguere le guerre giuste da quelle ingiuste, lo dice con una franchezza disarmante al Corriere della Sera: non ci sono vincitori. Eppure tutti ambiscono a dirsi tali. È questa la diagnosi più precisa di ciò che sta accadendo — e la più preoccupante.
Prendiamo Trump. Ha bisogno di una vittoria che si possa raccontare, non necessariamente di una vittoria reale. Vance ha proposto una moratoria di vent’anni sull’arricchimento dell’uranio: non sarebbe molto diversa da quello che aveva ottenuto Obama con il JCPOA del 2015, quell’accordo che Trump stesso aveva stracciato nel 2018 definendolo il peggiore della storia. Ora, con qualche aggiustamento cosmetico, potrebbe ripresentarlo come la più grande conquista diplomatica dell’era moderna. E molti ci crederanno. Walzer non ha pudore ad ammetterlo: il presidente americano «può semplicemente mentire su quello che sta accadendo».
Sull’Iran, le divisioni interne al regime sono reali. C’è chi guarda alla catastrofe economica e vuole chiudere in fretta, e chi ritiene di aver resistito abbastanza da poter dettare condizioni. Mojtaba Khamenei ha autorizzato la delegazione negoziale, ma Teheran chiede la fine del blocco navale americano allo Stretto di Hormuz come precondizione per sedersi a un tavolo. Washington dice di no. Il risultato è che i negoziatori americani tornano a casa, i negoziatori iraniani non partono, e il conto alla rovescia della tregua scade — come è scaduto il 21 aprile — in un’atmosfera di teatrale incertezza.
La posizione di Israele è forse la più interessante sul piano analitico, e la più dolorosa sul piano politico. Walzer lo dice chiaro: Israele ha perso influenza. Trump ha già scritto di aver proibito a Netanyahu di continuare a bombardare il Libano. Se il presidente americano ha ascoltato per mesi il premier israeliano promettere rivolte imminenti e nuovi regimi a Teheran, difficilmente vorrà riascoltarlo. Israele è indebolita, nonostante la retorica del «non abbiamo ancora finito».
E qui Walzer tocca il punto che nessuno, nei dibattiti italiani su questa guerra, sembra voler affrontare: proprio ora che Hezbollah è stato colpito, proprio ora che la sua capacità offensiva è ridotta, si apre una finestra diplomatica con il Libano che non esisteva da decenni. Trump ha già annunciato un cessate il fuoco di dieci giorni e colloqui alla Casa Bianca tra Netanyahu e il presidente libanese Aoun — i primi incontri di questo tipo dal 1983. È un’opportunità reale. Ma Israele sembra non riuscire a coglierla, preferendo il linguaggio della forza a quello della pace, anche quando la pace sarebbe la vera vittoria.
C’è qualcosa di profondamente gramsciano in questa situazione: il vecchio non muore e il nuovo non riesce a nascere. Il vecchio ordine regionale, fondato sugli equilibri delle proxy war e sulla deterrenza nucleare iraniana, è stato spezzato militarmente. Ma il nuovo ordine non si materializza, perché ciascun attore — Trump, Netanyahu, i pasdaran, Ghalibaf — è prigioniero della propria necessità narrativa di non sembrare il perdente.
Walzer, che viene da una lunga tradizione di pensiero liberal-democratico americano, guarda con un pizzico di speranza ai midterm di novembre. L’economia americana soffre, il costo della vita pesa, e forse — solo forse — i democratici ne trarranno vantaggio. Guarda con analogo ottimismo cauto alle elezioni israeliane che si avvicinano, galvanizzate da quello che è successo in Ungheria, dove l’opposizione ha sorpreso tutti. I suoi «amici israeliani di sinistra» avvertono per la prima volta qualcosa che assomiglia a un respiro.
Nel frattempo, a Islamabad si tratta. O non si tratta. O si tratterà domani. Le delegazioni arrivano, ripartono, si riconvocano. Trump dice che «nessuno sta facendo giochetti», il che è precisamente il tipo di frase che si usa quando tutti stanno facendo giochetti.
La vera posta in gioco non è più militare. È chi riuscirà a raccontare questa storia ai propri cittadini in modo abbastanza convincente da sopravvivere alle prossime elezioni. La guerra, come spesso accade, era solo il mezzo. La narrazione è il fine.





